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Risultati della sottoscrizione al Comitato Politico Federale di Udine e resoconto del dibattito
Di Marxisti del Nord Est · creato il 14/10/2011 20:47 · ultima modifica 14/10/2011 20:47 · vista 1051 volte · POLITICA · FRIULI VENEZIA GIULIA


Risultati della sottoscrizione al Comitato Politico Federale di Udine http://marxistinordest.altervista.org/2011/10/14/risultati-della-sottoscrizione-al-comitato-politico-federale-di-udine/ Ieri sera, alla presenza di una ventina di compagni, ha avuto luogo il dibattito preliminare sui documenti congressuali tra i membri del Comitato Politico Federale di Udine. Ha presentato la Mozione 1 il segretario regionale Franzil, mentre per la seconda mozione è intervenuto Matteo Molinaro del Coordinamento Nazionale dei Giovani Comunisti. Nella sua presentazione Franzil ha voluto sottolineare l’ampia convergenza verso il testo di maggioranza, che ha raccolto oltre il 90 % delle adesioni del Comitato Politico Nazionale. Come scriviamo da tempo, tale vasto consenso è sostanzialmente il frutto di una tregua armata tra le diverse componenti della maggioranza: grassiani di Essere Comunisti, ferreriani, pegoliani ed ex-vendoliani, ognuno con un proprio progetto politico diverso dagli altri, e spesso inconciliabili tra loro. Basta andare sul sito dell’area di Grassi (esserecomunisti.it) per rendersi conto di questo stato di fatto. Questa è, quindi, un’argomentazione che può avere facile presa sui compagni di base, stanchi delle divisioni, ma nasconde e sottace un’enorme ipocrisia. Franzil ha proseguito illustrando, finalmente, i contenuti principali del documento che si declinano nell’analisi della crisi in corso e della conseguente presa d’atto dell’irriformabilità del capitalismo, per questo, sull’onda dell’accumulo delle forze di un pensiero alternativo, da Genova fino ai referendum su acqua e nucleare, l’unica possibilità di risposta è quella di una sinistra comunista che si faccia portatrice di istanze quali la pace, l’autodeterminazione dei popoli. A queste istanze più generali vanno affiancate proposte concrete inserite nel quadro di una piattaforma programmatica che si sostanzia nel Fronte democratico per mandare a casa Berlusconi, nell’analisi del fallimento del Governo Prodi e quindi un rifiuto a partecipare ad una nuova esperienza governativa. Sulla Federazione della Sinistra il ragionamento proposto da Franzil è stato: è in crisi e per questo dobbiamo investire più forze nella sua costruzione. Franzil ha concluso la sua presentazione lanciando la battaglia per un ripristino di una legge elettorale proporzionale. Matteo Molinaro per il secondo documento, “Per il partito di classe”, ha esordito evidenziando che al centro del dibattito congressuale non vanno poste le alleanze elettorali, ma è prioritario discutere delle ricerca delle forme di interlocuzione con i settori sociali che stanno animando il conflitto di classe in questa fase. Se Chianciano è stato un tentativo incompiuto di svolta a sinistra, oggi è giunto il momento di portare fino in fondo le svolte a sinistra per entrare in sintonia con i numerosi settori radicali che sono protagonisti delle lotte e sono in ricerca di un riferimento per contrastare la crisi. Secondo Molinaro le proposte programmatiche contenute nel primo documento sono assai deboli e sono la brutta copia di ricette riformistiche che oggi non trovano terreno fertile, a causa della situazione economica, per essere sviluppate, per questo c’è bisogno di una piattaforma radicale che ponga al centro parole d’ordine capaci di attirare l’interesse dei lavoratori, dei precari, degli studenti e di tutti coloro che stanno subendo i morsi della crisi. In questo contesto la Federazione della Sinistra ha rappresentato piombo sulle ali per Rifondazione, vale per tutti l’esempio della posizione titubante che la FdS ha preso, dopo trattative con la componente di Patta “Lavoro e Solidarietà”, sull’accordo del 28 giugno stipulato dalla Camusso con Confindustria, CISL e UIL. Rifondazione Comunista ha bisogno di riaccreditarsi e di riguadagnare autorevolezza, a questo fine è necessario dichiarare onestamente che l’esperienza della FdS è stata fallimentare, dichiararla finita e guardare oltre. Il partito deve essere identificato come il partito del pubblico, delle nazionalizzazioni e del controllo democratico dal basso. A nulla vale un vago richiamo alle tesi negriane sui beni comuni, che non fanno chiarezza sulla gestione di tali beni e lasciano spazio a troppe ambiguità. Inoltre per abbattere Berlusconi non esiste una sola via, quella elettorale con il Fronte Democratico, ma bisogna ripensare a cacciare Berlusconi dalle piazze, così come è successo per esempio nel 1994. Rifondazione Comunista, per queste ragioni, si deve fare “partito di classe”, un partito quindi che si basi sul protagonismo operaio e sul conflitto di classe come è avvenuto alla FIAT di Pomigliano e Mirafiori e come sta avvenendo alla Fincantieri. Il dibattito è stato abbastanza partecipato, con un susseguirsi di interventi a favore dell’una o dell’altra posizione. E’ emersa, a nostro parere, una grande confusione. Il primo documento esprime una volontà di andare al Governo oppure no? Franzil nelle sue conclusioni ha ribadito un no piuttosto secco e seccato, ma a ben vedere la formula con la quale questa posizione è espressa nella mozione lascia ampi spazi di ambiguità: Ovviamente questa contraddittorietà non è priva di un centro gravitazionale: il Pd si è schierato con la NATO, a favore di tutte le guerre fatte dall’Italia negli ultimi decenni fatto salvo l’Iraq. Convinto sostenitore dell’Unione Europea liberista costruita con Maastricht e portatore di una idea di etica pubblica di tipo europeo, che costituisce un elemento centrale della distinzione da Berlusconi. Portatore di una ideologia e di una politica di liberismo temperato, sostanziata dal progetto della costruzione di un rinnovato compromesso sociale in Italia. Sostenitore del referendum per ripristinare il “Mattarellum”, salvaguardando così il bipolarismo dall’impresentabilità del “porcellum”. In sintesi, il baricentro politico e culturale del gruppo dirigente del centrosinistra non tende alla costruzione dell’alternativa, che infatti oggi, sul piano politico, non è per niente matura. Inoltre, rispetto ai due decenni passati, la prospettiva prodiana della costruzione di un nuovo compromesso sociale, viene completamente messa fuori gioco dalla crisi economica e dalle politiche imposte a livello europeo. Politiche economiche e finanziarie peraltro non messe in discussione seriamente dal centro sinistra. Senza rinunciare a dispiegare la nostra azione politica in relazione alle contraddizioni del Pd, che ci sono ben chiare, in primo luogo tra i gruppi dirigenti e il popolo democratico ma anche all’interno dello stesso gruppo dirigente, non possiamo rimuovere gli elementi di giudizio e valutazione sul Pd e sul progetto di Nuovo Ulivo. Questi confermano l’ipotesi delle due sinistre e motivano la nostra valutazione di impraticabilità, nell’attuale fase politica, di un accordo di governo. La convinta adesione del Pd alla guerra in Libia e la blanda opposizione al colpo di stato monetario lo dimostrano. Tuttavia, l’elemento della contraddittorietà è assai significativo in relazione al dispiegarsi della nostra azione politica. Ritroviamo infatti questa contraddittorietà nell’impianto delle proposte che avanza in primo luogo il gruppo dirigente democratico. Portatore di una idea di liberismo temperato ma anche attento alla redistribuzione del reddito e alle istanze dei lavoratori. La costruzione dell’alternativa non consiste infatti nella denuncia dei cedimenti altrui ma nella concreta capacità di definire percorsi praticabili di accumulo di forze e di trasformazione. Per questo – nel permanere e per certi versi nell’approfondirsi delle differenze tra le due sinistre – proponiamo la costruzione di una opposizione unitaria, la rottura del bipolarismo e la costruzione di un polo della sinistra di alternativa. Anche a partire dalla contraddittorietà del Nuovo Ulivo dobbiamo sviluppare una forte battaglia politica, proponendo l’aggregazione di un polo della sinistra di alternativa quale condizione per l’uscita a sinistra dalla crisi. Nel quadro dell’attuale legge elettorale maggioritaria proponiamo quindi di dar vita ad un Fronte democratico tra le forze di sinistra e di centro sinistra per sconfiggere le destre e porre condizioni migliori per difendere e rilanciare la democrazia e la Costituzione, contrastare gli effetti sociali negativi della crisi e superare il bipolarismo. La nostra valutazione di fase sull’impraticabilità di un accordo di governo non rende al tempo stesso meno necessaria la battaglia per la qualificazione programmatica dell’alleanza contro le destre. Vogliamo contrastare la separatezza delle dinamiche politiche, per obbligarle a fare i conti con i contenuti e le aspirazioni del conflitto sociale. Dobbiamo quindi concepire la nostra proposta in modo dinamico, nella piena convinzione che gran parte degli uomini e delle donne che vogliono cacciare Berlusconi vogliono contemporaneamente uscire dalle politiche neoliberiste. Questa domanda politica, di cambiamento radicale, non riesce oggi a determinare i comportamenti delle forze politiche di opposizione. Per questo dobbiamo stare fino in fondo nel processo politico che porterà alla costruzione di uno schieramento alternativo a quello delle destre ponendo al centro la questione dei programmi. Costruire a livello di massa il dibattito sui programmi è decisivo per determinare un coinvolgimento effettivo dei soggetti sociali che hanno lottato contro Berlusconi e per massimizzarne il peso politico. Occorre uscire da una discussione ridotta a pura questione di schieramenti per aprire nella società una discussione sul che fare nel dopo Berlusconi. Abbiamo evidenziato le asserzioni che riteniamo essere in contrasto tra loro. Leggendo sopra pare piuttosto arduo sciogliere il su citato dilemma. Andare “fino in fondo” nel processo politico oppure “un accordo di governo è impraticabile”? A parte queste sottigliezze infantili, l’impianto complessivo della prima mozione, oltre a presentare queste criticità e antinomie ben più marchiane, pare più orientato al dialogo con i ceti dirigenti, del PD e della CGIL in primis, piuttosto che a quei movimenti di resistenza e difesa che il nostro partito vorrebbe rappresentare, rappresentare nell’ottica però di un maggior peso negoziale al tavolo delle trattative. Questa a parer nostro la somma differenza tra i due documenti. Da una parte un politicismo di vertice esasperato verso l’obiettivo di riguadagnare quelle posizioni istituzionali perdute, dall’altra un progetto, ambizioso e per nulla facile, di costruzione di un partito aggregatore delle istanze conflittuali e antagonistiche che confusamente e disordinatamente sono scese in campo negli ultimi anni. Il passato ha già sonoramente bocciato la possibilità di essere “partito di lotta e partito di governo”, anche nelle diverse forme acrobatiche con cui oggi viene declinata questa tesi, Rifondazione Comunista deve scegliere, come hanno fatto Vendola e soci (per un’adesione organica al progetto governista del centro sinistra, comunque), e noi pensiamo che debba scegliere di essere partito di lotta, partito di classe, quel partito di cui ci sarebbe tanto bisogno e che, attraverso una corretta tattica, sarebbe in grado di crescere nel vivo delle lotte e non ai soliti stanchi, noiosi e separati tavoli delle trattive di vertice. Di seguito i risultati: MOZIONE 1: 13 MOZIONE 2: 3 MOZIONE 3: 0 ASTENUTI: 2 La commissione congressuale è stata eletta ed è così composta: Paolo Duzzi (Moz. 1) Caterina Degano (Moz. 1) Mary Silva Remonato (Moz. 1) Alessandro Misdariis (Moz. 1) Stefano Pol (Moz. 2).



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