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Crisi, sviluppo e imprenditorialità
Di eva zenith · creato il 14/10/2011 19:35 · vista 1456 volte · LAVORO · LOMBARDIA


La crisi non si supera senza cambiare La crisi che viviamo non è finanziaria, ma economica. Non si tratta di speculazione, ma di un sistema produttivo che da oltre 20 anni non registra alcun cambiamento, se non in peggio. I sistemi di produzione della ricchezza che avevano nutrito il capitalismo occidentale sono diventati obsoleti alla fine degli anni ottanta, e da allora, non essendoci stato alcun intervento significativo, le cose non hanno fatto che peggiorare. E peggioreranno ancora nei prossimi anni, perchè anche se domani la classe dominante prendesse decisioni efficaci, ci vorranno almeno 10 anni per vederne gli effetti. Alla fine degli anni Ottanta la caduta del muro di Berlino e la prima diffusione di Internet, hanno fatto esplodere la globalizzazione e la smaterializzazione della produzione e dei mercati. I due fenomeni hanno dato il via al trasferimento del capitalismo manufatturiero verso i Paesi dell'est europeo e del terzo mondo ed all'invasione pacifica dell'immigrazione da questi Paesi all'Occidente avanzato. Nei primi anni novanta l'Occidente ha perso l'occasione di convertire il proprio sistema produttivo dal materiale all' immateriale. Migliaia di produzioni manufatturiere si sono trasferite all'estero e gli immigrati sono entrati in quelle rimaste. Da vent'anni un'intera generazione è senza un vero lavoro e soprattutto senza futuro. Adesso è tardi perchè i vecchi Paesi poveri si sono arricchiti e si sono potuti comprare buona parte dell'Occidente (la Cina è proprietaria di buona parte del debito Usa), e in più non sono rimasti nel ruolo di neo-manufatturieri ma sono entrati a vele spiegate anche nell'economia immateriale. La Corea è il primo Paese al mondo per connessioni di rete, l'India ha sviluppato una sua Silycon Valley, Dubai fa concorrenza a Las Vegas e alla Sardegna per il turismo. I prodotti e servizi immateriali, legati al territorio, sono la sola prospettiva di ricchezza. L'Italia ha basato il suo sviluppo manufatturiero nel dopoguerra sulla stessa strategia che oggi adottano i Paesi emergenti: con la manodopera a basso costo e l'emigrazione. Tutto questo è finito. L'Italia non dispone di risorse materiali: può solo sperare di crescere nel settore immateriale. In questo settore si comprendono tutti i prodotti e servizi il cui valore è molto maggiore del costo del materiale che contengono. Nel breve periodo i prodotti e servizi di alta creatività e qualità faranno parte di questo comparto (come sta avvenendo in questo primo decennio del secolo). Ma nel lungo periodo L'Italia è destinata a perdere anche questo primato perchè qualità e creatività ossono essere comprate ed esportate. Bulgari non è più italiano da tempo; Valentino pure. Non ci vorrà molto perchè la Cina compri la Ferrari e l'India faccia sua Cinecittà. Restano pochi settori: la green economy e l'ambiente, i servizi alla persona, il patrimonio artistico, culturale e archeologico. Tutti settori di natura territoriale, oltre che immateriale, ad alto contenuto intellettuale ed alta intensità di lavoro. L'Italia deve puntare le sue risorse su queste aree, e tutte quelle collegate, abbandonando gradualmente il settore manufatturiero che non sia iper-specializzato (per esempio: l'auto). Il problema non va relegato ad una questione giovanile, perchè una crisi che dura da vent'anni ha ormai lasciato senza lavoro produttivo milioni di italiani. Metà del pubblico impiego è solo una forma mascherata di assistenza e non produce ricchezza. Migliaia di giovani senza lavoro oggi, si affiancano alle migliaia di quarantenni che erano giovani venti anni fa e non hanno mai avuto un lavoro, ed a questi si affiancano le migliaia di lavoratori che hanno perso un lavoro produttivo ora spostato in Polonia o in Brasile, e le migliaia di donne che hanno smesso di cercare un lavoro introvabile. Negli anni del boom economico la forza lavoro italiana era oltre i 20 milioni, oggi ne vengono dichiarati 16 milioni. Se fosse fatto un conto "serio", cioè togliendo dagli occupati gli stagionali ed i precari, e coloro che occupano posti meramente assistenziali, non credo arriveremmo a superare i 10 milioni. Con un cittadino che produce ricchezza ogni sei abitanti, nessun Paese può svilupparsi. L'imprenditoria in Italia è solo per i ricchi, o per gli "amici" Da decenni in Italia se vuoi aprire un'attività per guadagnarti da vivere, devi avere parecchio danaro. I settori immateriali e territoriali possono anche dare vita a imprese medio-grandi, ed offrire posti di lavoro. Tuttavia, proprio per la territorialità questi settori potrebbero dare vita a migliaia di piccolissime imprese. Tre lavoratori si uniscono per offrire installazione e manutenzione di impianti solari. Quattro possono dare vita ad una cooperativa di badanti o baby sitters. Cinque si organizzano per fare una piccola agenzia web. Una coppia può fare un piccola sartoria artigianale. Un gruppetto può vitalizzare e rendere fruibile al pubblico un museo o un'area archeologica o un parco. E così via per migliaia di individui o piccoli gruppi in migliaia di località. Tutto ciò oggi non è possibile. In primo luogo perchè non esiste una preparazione diffusa alla maggioranza dei lavori immateriali nè all'auto-imprenditorialità. Malgrado vent'anni di delusioni, i giovani italiani sono sempre e solo a caccia di un "posto" da bidello, da commessa o da postino: lavori dequalificati e da dipendente. In secondo luogo perchè per fare impresa in Italia bisogna avere parecchio danaro. Si comincia con 2/3000 euro da dare ad un notaio per fondare qualsiasi impresa (anche se il notaio se la sbriga con moduli fotocopiati). Seguono altri 500/1000 euro annui per la Camera di Commercio (il più inutile degli Enti). In 90 casi su cento, qualsiasi lavoro uno voglia fare, deve pagare un pizzo da 100 a 300 euro l'anno ad un ordine professionale, una confraternita, una corporazione, un registro. Se l'impresa ha un qualche legame col commercio, nulla si muove senza licenza (a volte carissima). Se non si paga una licenza per il commercio legale, si paga un pizzo alla piccola mafia delle elemosine, degli ambulanti, dei posteggiatori, dei venditori di fiori, dei lavavetri., dei "vu cumpra'" delle spiagge. Per aprire un'impresa, anche di tre addetti, ci vuole magari uno spazio di 30 mq ad uso ufficio, laboratorio o deposito. Questi implica un affitto e spese mensili di almeno 500 euro, con un anticipo di tre mesi e un deposito di altrettanti. Un'attività qualsiasi richiede un telefono, portatile o fisso: altre 500 euro l'anno. Nemmeno parlare di un segretaria-contabile che costerebbe 20.000 euro l'anno. Al suo posto bastano un commercialista (da 100 a 500 euro l'anno) per la dichiarazione dei redditi, e decine di ore di lavoro perse per la fatturazione, l'archiviazione, il controllo amministrativo. Insomma, prima di aprire l'attività e senza l'acquisto di materiali e strumenti per il lavoro, il neo imprenditore deve disporre dai 5 ai 10mila euro. Se per i primi 2/3 anni l'impresa non guadagna nulla, e magari nemmo paga un simil-stipendio ai fondatori-lavoratori, non ha importanza: ci pensano gli studi di settore a decidere le tasse da pagare, sui presunti guadagni. Nemmeno pensare a qualche appalto pubblico, a meno di appartenere a qualche boiardo o banda della politica. Gli appalti pubblici nei settori dell'immateriale sono tutti legalmente "truccati". Come è possibile truccare legalmente un appalto? E' facile: basta compilarlo con regole legali ma tagliate su misura su chi si vuole che vinca. Si comincia con l'escludere tutte le nuove imprese da ogni possibilità di vincere, ostacolando l'informazione (venire a conoscenza di un appalto è una caccia al tesoro), elevando i costi di partecipazione ed i livelli di fidejussione, allargando l'elenco delle "esperienze precedenti". Per esempio, per partecipare ad un appalto si richiede una documentazione che costa 3.000 euro (fra spese vive e lavoro), una fidejiussione di 50.000 euro, ed un fatturato nei tre anni precedenti di almeno 1 milione di euro. Questo elimina in partenza ogni nuova impresa. Per evitare che una vecchia impresa minacci chi deve vincere, si ricorre ad altri due trucchi legali. Il primo è di richiedere un curriculum che contenga un'esperienza precisa: possono partecipare all'appalto per la gestione di un soggiorno di vacanza solo imprese che nei tre anni precedenti abbiano gestito un soggiorno nello stesso luogo, oppure con utenti della stessa età, oppure in almeno 5 località diverse. Il secondo trucchetto è quello di assegnare a curriculum, fidejussione, progetto, offerta, un certo punteggio assegnato da una Commissione, composta da "amici" che valuteranno secondo criteri segreti. Tutto questo è legale, e se per caso ci fosse qualche sbavatura di illegalità, non c'è problema. Un eventuale ricorso a qualche organo giudiziario o amministrativo costa migliaia di euro e almeno un lustro di attesa. E come si fa a far vincere legalmente una nuova impresa "amica" ? Intanto questa viene avvisata mesi prima e con recapito a domicilio del bando, mentre i possibili concorrenti vengono ostacolati in ogni modo: il bando viene emesso il 15 agosto, si può ritirarlo solo di persona e per 1 ora al giorno. E poi c'è sempre la Commissione che controlla le carte ed assegna i punti. Nessuno può controllare se l'impresa "amica" ha tutti i requisiti richiesti e quanti errori ha fatto nella documentazione. Invece le imprese non amiche vengono vagliate con sistemi da investigazine criminale. In un appalto, ho visto respingere un'offerta prima della lettura, perchè fra la cifra numerica e quella alfabetica c'era una differenza negli spiccioli finali (5543,500 e cinquemilacinquecentoquarantatre). C'è infine il deterrente "educativo". Se vince l'appalto un'impresa non amica, i controlli diventano micriscopici ed i pagamenti tardano mesi. Se invece vince un'impresa "amica", nessun controllo e pagamenti immediati. Dopo una sola esperienza, l'impresa non "amica" capsce la lezione e smette di partecipare. Ecco perchè oggi fra le imprese immateriali, il 20 % vive nell' illegalità, il 20% sopravvive coi soldi di papà, il 60% prospera sull'asservimento ai capi-bastone della politica, di ogni colore e sfumatura. Politiche di sviluppo dell'imprenditorìa immateriale Verso la fine degli anni Ottanta ci sono stati timidi tentativi di fare politiche attive del lavoro e dell'auto-imprenditorialità, ma tutti soffocati nella culla. La legislazione ed il welfare hanno sempre più puntato sulla assistenza e la sottomissione piuttosto che sull'autonomia e l'emancipazione. L'Europa ha aggravato i sistemi clientelari e corporativi, rendendo ogni anno più difficile lanciare una nuova attività che possa sostituire il reddito non più ottenibile col vecchio "posto". Oggi occorrebbero iniziative politiche drastiche, che nessun partito all'orizzonte sembra nemmeno in grado di pensare. E se anche avessimo la fortuna di trovare qualche "salvatore", non avremmo un' inversione significativa prima del 2020. Questa è la lista dei sogni: 1. Investimenti massicci in ricerca e formazione, insieme alla modifica radicale degli enti che oggi le gestiscono E' giusto dare più soldi ai centri di ricerca, all'università ed alla scuola, ma non se queste restano come ora. Dare più soldi a queste istituzioni oggi significa solo aumentare il clientelismo, i proventi dei baroni, l'inefficienza dell'istruzione. 2. Eliminazione di tutte le "imposte di intermediazione": per i notai, le iscrizioni a Ordini, le associazioni di categoria, le licenze) Si può evitare lo scoglio politico della chiusura delle organizzazioni corporative. Basterebbe togliere l'obbligatorietà dei versamenti annuali. Se queste organizzazioni sono utili come dicono, non avranno problemi a vivere delle iscrizioni volontarie 3. Controlli preventivi di legalità sostanziale (non solo formale) degli appalti Basterebbe formalizzare gli appalti con moduli uguali su scala nazionale; eliminare le Commissioni di valutazione o formarle mediante sorteggio; proibire, sotto un certo valore dell'appalto, tutte le condizioni capestro 4. Detassazione triennale per ogni nuova impresa immateriale con meno di 5 lavoratori (e dopo i 3 anni niente studi di settore) Lo Stato dovrebbe essere grato a 5 cittadini che, senza chiedere sussidi, si impegnano a trovare un reddito e produrre ricchezza, magari arrivando ad assumere qualcuno. 5. Strutture e servizi di sostegno per l'autoimprenditorialità (orientamento e incubatori attrezzati) La prima cosa da fare è una grande campagna di orientamento e formazione per le professioni immateriali e l'auto-imprenditorialità, perchè sia possibile cambiare una mentalità costruita in decenni. La seconda è attivare strutture attrezzate come incubatori di impresa, a rotazione e facilmente accessibili. Ogni idea di impresa (presentata su un solo foglio, non su un formulario di 80 pagine in inglese) potrebbe disporre, per 3 anni, di un piccolo spazio ufficio-laboratorio-deposito, una sala riunioni o ricevimento clienti e una segreteria (comuni), una serie di consulenze gratuite specializzate.



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