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Il furbetto dell’articolo 18
di Loris Campetti
il manifesto
Cambiare tutto perché nulla cambi. Ora c’è il governo dei professori e ai politici non resta che votare. Monti è educato, non fa le corna e sa stare nella buona società, mica come prima. E’ sobrio, a tal punto che per non sembrare troppo noioso si è messo a fare le battute. Anche lui. Allora siamo sempre al punto di partenza. Neanche l’autodifesa, dopo averne sparata una che ha fa perdere la pazienza a intere generazioni, è molto diversa rispetto ai fasti e nefasti berlusconiani.
Ha detto sì che il posto fisso è monotono, ma se la prende con un uso di questa «battuta» «fuori contesto» che avrebbe dato origine a un equivoco. È un modo di esprimersi da professore che però ricorda le accuse del suo predecessore ai giornalisti di avere frainteso o, peggio, strumentalizzato le sue parole.
Ma le continuità – sempre, sia chiaro, all’interno di una grande discontinuità di stile – non si fermano alla forma. Questo governo concepisce il lavoro come una variabile dipendente del profitto, cioè del mercato in chiave odierna, liberista. A differenza di quel che capitava al governo precedente, fortemente osteggiato da Repubblica, questo riceve i complimenti di Eugenio Scalfari anche quando esprime gli stessi concetti del trio Berlusconi-Tremonti-Sacconi. Non esistono più variabili indipendenti, così come non devono esserci tabù. Se vi ho offeso scusatemi, ma volevo dire che fa bene cambiare e andare all’estero è formativo. Anche gli altri volevano cambiare e costringevano i giovani talenti o semplicemente laureati a emigrare, essendo preclusa ogni possibilità di trovare lavoro in un paese in cui la cultura non si mangia. In era Monti se ne devono andare lo stesso, ma con gioia perché così cresceranno, matureranno, miglioreranno. Se Monti ha cambiato un sacco di lavori nella sua vita, perché non dovrebbe fare lo stesso un dottore in chimica impiegato come precario in un call center, o un’operaia della Fiom di Pomigliano che in fabbrica non la prendono e resta aggrappata alla cassa integrazione invece di darsi da fare e imitare il suo presidente cambiando lavoro? Consigli importanti, tutt’altra cosa da quelli berlusconiani di trovarsi un marito ricco.
Monti è un tecnico e, non dovendo prendere voti alle prossime elezioni, può finalmente realizzare il sogno di chi è venuto prima di lui: liberarsi del padre di tutti i tabù, l’art. 18. Magari entro marzo perché ai sindacati bisogna pur consentire di fare un po’ di ginnastica «democratica». Il concetto è semplice, e non dite che l’avete già sentito: c’è chi ha troppi benefici, leggi privilegi, leggi tutele, e chi non ne ha alcuno. Siccome il governo Monti è il governo dell’equità, si toglie da una parte e si mette dall’altra. Prima si toglie, poi si trovano i soldi per mettere. Anche questa l’avete giù sentita?
Ieri il presidente del consiglio si è lasciato interrogare dai lettori di Repubblica.it e queste cose ha detto. Vi abbiamo proposto un sunto a parole nostre, tanto anche se avessimo messo il virgolettato sarebbero state frasi «fuori contesto».
Ps. Monti ha detto che, essendo il suo un governo tecnico, ha meno bisogno di comunicare di un governo politico, perché «non ci presenteremo alle prossime elezioni» (qui le virgolette le mettiamo). Però, aggiunge, comunicare è più necessario perché «non essendo stati eletti dobbiamo conquistare la fiducia dei cittadini». Ecco spiegato perché non c’è trasmissione televisiva, radiofonica, giornale, sito in cui ogni giorno non compaiano un paio di sottosegretari e almeno un ministro. Chissà quanto consenso sta portando al governo dei professori loquaci questa grande esposizione mediatica.
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