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Ripristino dell'ICI e tagli alle pensioni: ecco l'"equità" di Monti
Di Stirner Felix · creato il 02/12/2011 17:15 · vista 828 volte · POLITICA · ITALIA


Tra le misure "urgenti" che stanno per essere varate dal governo Aumento dell'età pensionabile per tutti dal 2012 e abolizione di fatto delle pensioni di anzianità. 340 euro in più a famiglia con la nuova supertassa, senza progressività, sulla prima casa La "sinistra" borghese copre la nuova stangata antipopolare in arrivo di almeno 15 miliardi Che cosa sta cucinando in gran segreto per i lavoratori e le masse popolari il governo Monti? Nessuno ancora lo sa di preciso, ma da quel che è circolato finora è certo che si tratterà di misure di macelleria sociale che affonderanno il bisturi laddove nemmeno il governo neofascista di Berlusconi e Bossi ha avuto il coraggio di arrivare, anche soltanto per non alienarsi i consensi già in calo dei rispettivi elettorati, problema che questo governo invece non ha. La cancelliera tedesca Merkel, alla quale invece queste misure sono state anticipate dallo stesso Monti, ha confessato di esserne rimasta "impressionata", e se lo ha detto lei che insieme al presidente francese Sarkozy detta all'Italia la linea di lacrime e sangue, c'è da prepararsi al peggio. In ogni caso non ci vorrà molto per saperlo, dato che un primo pacchetto di provvedimenti per un ammontare di 15 miliardi, ma che potrebbero arrivare anche a 20-25 nel caso l'Unione europea (UE) li ritenesse insufficienti, sarà approvato, forse addirittura con un decreto legge, dal prossimo Consiglio dei ministri previsto per il 5 dicembre. Di sicuro si sa che il piatto forte di questa prima stangata è costituito da due voci principali: le pensioni e il ritorno dell'ICI sulla prima casa. Due voci emblematiche della volontà di questo governo di "coesione nazionale", come la intende il nuovo Vittorio Emanuele III, Napolitano, di scaricare la crisi economica e finanziaria del capitalismo tutta sulle spalle dei lavoratori e delle masse popolari. Anche perché la famosa tassa patrimoniale, che dovrebbe garantire l'"equità" dei sacrifici, sembra sia già stata scartata dal governo, che la ritiene troppo "depressiva" per l'economia, senza contare il veto del neoduce Berlusconi. La falsa "moderazione" del governo sulle pensioni Prendiamo per esempio le pensioni. Nella lettera di Tremonti in risposta alle 39 domande poste dalla Commissione europea sulle misure da prendere in Italia, si faceva presente che già nel 2013 l'età effettiva di pensionamento arriverà a 66 anni e tre mesi per gli uomini del settore privato e per le donne del settore pubblico (66 e nove mesi per gli autonomi). L'obiettivo dei 67 anni verrà cioè raggiunto ben prima del 2026, come stabilito formalmente anche dal maxiemendamento alla Legge di stabilità. Il motivo è dovuto sia all'adeguamento automatico all'aspettativa di vita calcolata dall'Istat, sia alle "finestre mobili" di uscita che fanno slittare almeno di un anno l'effettivo percepimento della pensione ai lavoratori dipendenti, e di un anno e mezzo agli autonomi e parasubordinati. Cosicché di fatto l'età pensionabile in Italia è più alta che in Germania, dove nel 2013 arriverà a 65 anni e due mesi. E a 66 anni e sei mesi nel 2027, quando in Italia si andrà invece in pensione a 67 anni e sei mesi (68 e un mese per gli autonomi). Lo stesso Monti nel suo discorso alle Camere ha dovuto riconoscere che con la "riforma" Dini del 1995 "il sistema pensionistico in Italia è tra i più sostenibili in Europa". E anche la ministra del Lavoro e delle Pari opportunità, Elsa Fornero, intervenendo in videoconferenza il 24 novembre all'assemblea della Confederazione nazionale dell'artigianato (CNA), ha affermato: "La riforma delle pensioni è largamente già fatta", e semmai sono i tempi che "potranno essere accelerati". Parole apparentemente "rassicuranti", almeno per la rimbambita e collaborazionista "sinistra" borghese, che comprende anche SEL, che si è precipitata a dare un'apertura di credito alla neo ministra: come ha fatto il leader del PD liberale, Bersani ("l'intervento è stato notevole nel merito e nei toni"); come ha fatto la CGIL ("ci fa sperare che gli ulteriori interventi sulla previdenza non saranno orientati né a fare cassa, né ad appesantire ulteriormente la situazione delle lavoratrici e dei lavoratori, che sono gli unici a pagare le manovre fin qui effettuate"); e come ha fatto anche il liberal-trotzkista Vendola ("ha usato toni inconsueti, moderazione su un tema, quello delle pensioni, oggetto di isteria ideologica"). Il micidiale intervento sui meccanismi pensionistici E invece, in barba a tanta "moderazione" di toni, si sa già che il governo sta preparando un micidiale intervento sulle pensioni, con la scusa che occorre perequare i trattamenti tra i "privilegiati" che stanno per andare in pensione con la vecchia legislazione precedente al 1995 e quelli post "riforma" Dini. E come intende sanare questa "ingiustizia"? Come al solito, cioè portando tutti al livello dei più svantaggiati. Sul tavolo del governo ci potrebbe essere addirittura, secondo voci non confermate, la sterilizzazione dell'adeguamento automatico delle pensioni al costo della vita calcolato dall'Istat, che scatta ogni primo gennaio. Cosa che era già stata fatta ad agosto dal governo Berlusconi per le pensioni più alte (e parzialmente per quelle medie) e che adesso verrebbe estesa anche a quelle più basse, con la sola esclusione delle minime, che sono inferiori a 500 euro: con l'attuale tasso di inflazione una pensione di 1.000 euro potrebbe perdere così fino a 30 euro mensili. Ma se anche questa misura non ci fosse, è molto probabile che ci sarà un altro aumento dell'età minima pensionabile, forse a 63 anni per tutti già dal 2012, con il requisito di un minimo di 20 anni di versamenti come per le pensioni di vecchiaia. Con le regole attuali quella di vecchiaia sarebbe di 66 per gli uomini e donne del settore pubblico e 61 per le donne nel settore privato, mentre per quella di anzianità sarebbe di 62, finestre incluse. Ci sarebbe poi una "fascia di flessibilità" con incentivi per chi accetta di restare a lavorare oltre i 65 e fino a 70 anni, e penalizzazioni per chi invece decide di andare in quiescenza tra i 63 e i 65 anni. Inoltre, sempre a partire dal 2012, si passerebbe al sistema contributivo pro-rata per tutti: anche cioè per quei lavoratori che avevano almeno 18 anni di contributi al tempo della "riforma" Dini, e che avevano mantenuto il vecchio sistema retributivo più vantaggioso rispetto al contributivo. E anche per quelli che pur essendo già al lavoro nel 1995 non avevano ancora maturato i 18 anni di anzianità, e che usufruiscono di un sistema misto retributivo (per gli anni antecedenti al '95) e contributivo pro-rata per gli anni successivi. Abolizione di fatto delle pensioni di anzianità A fronte di un modesto vantaggio per le pensioni di vecchiaia, che vedrebbero diminuire l'età minima (ma a prezzo comunque di una perdita monetaria dovuta al passaggio al contributivo per tutti), si avrebbe quindi un netto peggioramento per quelle di anzianità, sia riguardo all'innalzamento dell'età pensionabile sia riguardo all'importo della pensione. La Fornero ha anticipato le linee di questa "riforma" in un articolo per la rivista della fondazione Italianieuropei di D'Alema e Amato e pubblicata dal quotidiano portavoce della "sinistra" borghese (e a questo punto anche del governo Monti), La Repubblica del 26 novembre. In sostanza equivarrebbe all'abolizione delle pensioni di anzianità, così come richiesto dalla BCE e dalla UE. Molti lavoratori dipendenti sarebbero infatti costretti a rimanere al lavoro pur avendo già maturato il massimo di 40 anni di contributi, e senza alcun riguardo per chi ha svolto lavori usuranti. Molti altri che nel 2012 raggiungerebbero quota 96 (60 anni di età e 36 di contributi, oppure 61+35), quota destinata a salire a 97 con età minima di 61 nel 2013, dovrebbero invece rimandare il pensionamento di uno più anni. I risparmi di spesa calcolati dalla Fornero sarebbero di qualche decina di miliardi di euro nei primi 5-6 anni. Una "soluzione" alternativa che il governo ha sul tavolo potrebbe essere quella di accelerare di un anno l'incremento della quota età più contributi, in modo da arrivare a quota 97 già nel 2012, con l'anticipo dell'aumento dell'età pensionabile per le donne nel settore privato. Con l'aggiunta del passaggio al contributivo pro-rata per tutti l'abolizione di fatto delle pensioni di anzianità sarebbe assicurata lo stesso. Il colmo è che per gli industriali tutto ciò non sarebbe ancora abbastanza. Per il direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli, infatti, queste misure sarebbero tutt'al più solo "un punto di partenza". Egli chiede perciò "l'equiparazione immediata dell'età di vecchiaia per le donne. E l'abolizione immediata anche delle pensioni di anzianità, prevedendo una flessibilità in uscita - 62 o 63 anni - da disincentivare". Il ritorno dell'ICI (maggiorata) sulla prima casa Quanto al ripristino dell'ICI sulla prima casa, la vecchia imposta comunale sugli immobili già ridotta dal governo Prodi e poi abolita del tutto nel 2008 da Berlusconi, si tratta del classico balzello per fare subito cassa drenando soldi direttamente dalle tasche dei lavoratori e delle masse popolari. Già Tremonti aveva risposto alla lettera della UE che con questa misura si sarebbero potuti incassare subito 3,5 miliardi. Ma il governo Monti punta a realizzare molto di più da un ritorno alla tassazione sulle prime case, che rappresentano circa il 70-80% dell'intero patrimonio abitativo. Il progetto sarebbe quello di fondere l'ICI con l'IMU (imposta municipale unica), la nuova tassa prevista dai decreti attuativi del federalismo fiscale, anticipandone l'entrata in vigore al 2012, e rivedendone al rialzo la base imponibile per il calcolo, cioè le rendite catastali rimaste ferme al 1990. Secondo l'Agenzia del territorio il mancato aggiornamento delle rendite catastali, che dovrebbe avvenire ogni 10 anni, fa sì che il valore fiscale ufficiale delle case, che ammonta a 2.700 miliardi, sia sottovalutato di circa 3,4 volte rispetto al valore di mercato. Una differenza che vale circa 60 miliardi e che perciò rappresenta una ghiotta occasione per fare cassa. Ma siccome una revisione delle rendite comporterebbe un lavoro assai lungo e complesso, si parla di almeno 4-5 anni, il governo pensa di applicare un aumento secco del 10-15 % a tutte le rendite, senza distinzione di valore dell'immobile, di reddito tra i proprietari, o di possesso di una sola o di più abitazioni, come si era ventilato inizialmente in base alla famosa "equità" sbandierata nel programma di Monti. Così facendo il governo punterebbe a rastrellare non 3,5 ma almeno 5 miliardi, se non di più. Che in assenza di progressività per tipologia, reddito e numero di abitazioni possedute graverebbero per la maggior parte sulle famiglie dei lavoratori e delle masse popolari. Si parla di un aumento di 3-4 volte la vecchia imposta in alcune grandi città. Per la UIL Servizi territoriali si arriverebbe a circa 340 euro in media per famiglia. Per il PD l'ICI è già "una forma di patrimoniale" È incredibile come il PD sia già pronto ad appoggiare e coprire una simile iniquità, spacciandola addirittura per un surrogato della patrimoniale che non ci sarà. Per il sindaco di Torino, Piero Fassino, sedotto anche dalla ventilata destinazione di metà della supertassa ai comuni, "l'ICI è una forma di patrimoniale. Non facciamo una questione nominalistica". Idem per il teorico della "flessibilità" del mercato del lavoro, Piero Ichino, per il quale "il concetto di patrimoniale è ampio e l'imposta sugli immobili vi rientra". Anzi, per lui l'ICI sarebbe già "i 3/4 del discorso sulla patrimoniale". Per la segretaria della CGIL, Susanna Camusso, "l'ICI non può essere un punto di partenza", e andrebbe presa in considerazione "solo in conseguenza dell'aver cambiato la distribuzione della tassazione, quindi partendo da un'imposta sulle grandi ricchezze". Ma è solo una scusa per coprirsi di fronte ai lavoratori, perché il treno governativo con la nuova ICI e senza l'ombra di patrimoniale è già partito ed è in piena corsa. E del resto, come ha garantito il liberale e presidenzialista Veltroni intervistato da Lucia Annunziata, "Camusso fa parte della tradizione dei Lama, Trentin, Cofferati ed Epifani", e quindi se ne farà ben presto una ragione. dal sito del PMLI 30 novembre 2011



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