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Il Vaticano è un paradiso fiscale
Di Stirner Felix · creato il 26/02/2012 11:38 · vista 1569 volte · ECONOMIA · ITALIA


dal sito del PMLI Lo denuncia in una lettera il cardinale Nicora. Secondo l'arcivescovo Viganò, allontanato da Roma, vi regnano la corruzione negli appalti e un supercomitato di banchieri. Lo IOR rifiuta di collaborare coi magistrati italiani in tema di antiriciclaggio Il 31 gennaio scorso il "Fatto Quotidiano" pubblicava estratti di un documento riservato datato 12 gennaio di cui è autore il cardinale. Attilio Nicora (presidente dell'Autorità di Informazione Finanziaria del Vaticano, l'AIF, l'autorità vaticana che è preposta all'antiriciclaggio del denaro nello Stato vaticano) nel quale il prelato denuncia chiaramente che il Vaticano è di fatto un paradiso fiscale. La lettera, inviata al presidente dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR) Ettore Gotti Tedeschi e per conoscenza al segretario di Stato cardinal Tarcisio Bertone, lamenta di fatto la totale chiusura, sia del potentissimo IOR sia del governo vaticano, a qualsiasi forma di controllo bancario operato peraltro da un'istituzione vaticana come l'AIF, nonostante che Benedetto XVI abbia promulgato nel dicembre 2011 la legge n. 127 che ha formalmente sancito il principio della trasparenza bancaria del Vaticano. La nuova normativa impone controlli su tutte le somme che transitano in Vaticano e istituisce a tale scopo l'Autorità di Informazione Finanziaria presieduta proprio da Nicora, il quale però riconosce pragmaticamente nella sua lettera che "non va trascurato l'aspetto attinente ai profili di opportunità verso l'esterno e al rischio reputazionale a cui può andare incontro la Santa sede": a quali rischi di reputazione si riferisce l'alto prelato? Non è dato saperlo, ma di certo il governo vaticano presieduto da Bertone sta compiendo ogni sforzo, nei decreti attuativi della legge n. 127, per privare il più possibile la normativa pontificia di tutta la sua portata, ridimensionando proprio il ruolo ispettivo dell'AIF nei confronti dello IOR, ed ecco spiegato lo sfogo del cardinal Nicora. Non c'è dubbio che dietro ai solenni proclami della legge n. 127 si nasconda una strategia del governo vaticano presieduto da Bertone di non consentire di fatto alcun tipo di controllo proprio sullo IOR per motivi che devono essere di tale gravità da compromettere, per usare le parole di Nicora, la stessa Santa Sede e la persona del papa. Del resto che qualcosa di sporco ci sia dentro il chiuso delle mura vaticane è testimoniato dalla presa di posizione di un altro prelato, monsignor Carlo Maria Viganò, responsabile dell'organizzazione degli appalti e delle forniture dello Stato vaticano dal 2010 al 2011, ed è proprio il 27 marzo dello scorso anno che l'arcivescovo Viganò scrive a Benedetto XVI in qualità di Capo dello Stato per scongiurare - nonostante si fosse dimostrato un amministratore accorto ed onesto - una sua ventilata rimozione: "beatissimo Padre, un mio trasferimento in questo momento provocherebbe smarrimento e scoramento in quanti hanno creduto fosse possibile risanare tante situazioni di corruzione e prevaricazione da tempo radicate nella gestione delle diverse Direzioni. I cardinali Velasio De Paolis, Paolo Sardi e Angelo Comastri conoscono bene la situazione". Ciononostante, a novembre del 2011 Viganò viene inviato come ambasciatore a Washington, incarico certamente prestigiosissimo che premia le capacità dimostrate con l'ottima amministrazione negli appalti e nelle forniture, ma che sembra conferito appositamente per spedire a molte migliaia di chilometri di distanza dal Vaticano una persona che certamente era divenuta scomoda per chi non voleva far chiarezza sui tanti rapporti contrattuali contratti dal Vaticano con le tante ditte appaltatrici di servizi e di opere, perché proprio questo aveva fatto Viganò, e cioè chiarezza. Quando assunse, nel 2010, la direzione della vigilanza sugli appalti e sulle forniture trovò una situazione grave: servizi tecnici gestiti in modo clientelare, fornitori che operavano senza l'ombra di una gara d'appalto a costi doppi rispetto all'esterno, nessuna trasparenza nella gestione degli appalti di edilizia e impiantistica, casse del governatorato vaticano che subivano perdite ingenti anno dopo anno. Per tamponare le perdite di cassa, spiega Viganò, la gestione dei fondi era stata affidata a un "comitato finanza e gestione composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri". Di questo comitato di banchieri aveva fatto parte anche Ettore Gotti Tedeschi, nel comitato fino a quando non è andato a dirigere lo IOR e Massimo Ponzellini, già numero uno della Popolare di Milano, indagato per associazione a delinquere dalla procura di Milano nell'inchiesta sui finanziamenti BPM al gruppo dei videogiochi Atlantis, ed è proprio a tale potente gruppo che si è opposto l'arcivescovo Viganò, con tutto quello che ne è seguito. Insomma, la chiarezza e la trasparenza non sono proprio di casa in Vaticano, sia nei rapporti interni sia anche in rapporto con la normativa antiriciclaggio dello Stato italiano: già nel settembre 2010 i magistrati italiani Stefano Rocco Fava e Nello Rossi sequestrarono 23 milioni di euro che stavano per essere trasferiti dallo IOR al Credito Artigiano della Jp Morgan di Francoforte e alla Banca del Fucino, ed il sequestro fu reso necessario proprio per la violazione in territorio italiano della normativa antiriciclaggio, in quanto lo IOR si rifiutava di rendere noto chi fosse il reale proprietario dei soldi, ed anche il presidente della banca vaticana, Gotti Tedeschi, finì sul registro degli indagati. La vicenda poi finì con il dissequestro della somma in seguito anche alle promesse del Vaticano di modificare la legislazione antiriciclaggio, ma se quest'ultimo sembrava aver fatto un passo avanti nel dicembre 2011 con la promulgazione della legge n. 127 in realtà sembra farne due indietro a causa di una serie di ostacoli che il segretario di Stato Bertone sta ipocritamente opponendo all'attuazione concreta della legislazione vaticana, non ultima la decisione di svuotare la stessa AIF di ogni possibilità di controllo di quella che è la vera e propria cassaforte della Santa Sede, cioè lo IOR. Insomma, il Vaticano vuole far vedere di avere una legislazione in linea con gli standard minimi della legislazione internazionale contro il riciclaggio di denaro, ma poi nei fatti frappone una serie di cavilli ed ostacoli che rendono comunque difficile un controllo, soprattutto sulle attività dello IOR, comportandosi quindi in modo non dissimile dai tanti paradisi fiscali sparsi per il mondo.



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