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Crisi, che fare?
Di informazione · creato il 27/11/2014 18:11 · vista 1026 volte · LAVORO · FRIULI VENEZIA GIULIA


L'aggravarsi della crisi occupazionale che investe il nostro paese, la nostra regione e in maniera particolare la provincia di Pordenone ha radici lontane.
Per decenni abbiamo creduto nel “miracoloso nordest”, nella capacità e nella bravura del produrre sempre più beni di consumo ad un prezzo contenuto.
Produrre, produrre e ancora produrre perchè il mercato tirava e la competitività si misurava in numeri di pezzi prodotti.
E mentre molti di noi preferivano gli straordinari pagati fuori busta anziché le tutele sindacali costretti in turni anche di dieci ore al giorno compreso il sabato, le aziende si accontentavano di fare cassa senza investire in contenuto tecnologico e i “paroni” più furbi cominciavano già a guardare oltre confine allettati da nuovi appetiti speculativi.
Siamo vissuti nell'illusione, anche quando si iniziava ad accorgersi che le cose stavano cambiando e la domanda diminuiva, che il mercato comunque avrebbe premiato i “migliori” e quindi “noi” ne saremmo sempre usciti sani e salvi.
Il mondo però gira, il mercato è laico, non ha memoria e non si fa impietosire.
A questo aggiungiamoci pure la globalizzazione, o meglio la globalizzazione del capitalismo finanziario, ed il gioco è fatto.
Di fronte a coloro che potevano produrre più di noi, cinesi ma non solo, che grazie allo sfruttamento dei lavoratori, ai costi inferiori delle materie prime, ottenevano un vantaggio competitivo nei confronti delle nostre economie mature, il castello di carta del nostro caro e bel Nordest è presto crollato.
I “paroni” quelli grandi, non l'artigianetto che ora si trova sempre più immobile e solo, dopo aver messo al sicuro i capitali in società off-shore, hanno iniziato a delocalizzare nelle nuove praterie del mercato del lavoro, dove le regole se ci sono, sono a loro esclusivo vantaggio.
Il risultato di questa incapacità progettuale e della concezione predatoria del mercato oggi ce l'abbiamo tutti davanti agli occhi: la perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro ogni anno nella sola nostra regione, ed una percentuale di disoccupazione soprattutto giovanile che ci fa meritare la maglia nera d'Europa.
In compenso interventi e soluzioni non se ne trovano né forse se ne cercano più di tanto.
La crisi occupazionale, figlia di un modello che mescola declino economico e speculazioni della finanza, aggravata da una produzione ridotta all'osso e controllata dalle grandi imprese, assume quindi dimensioni senza precedenti soprattutto se consideriamo una società profondamente diseguale, frammentata e disorientata.
E mentre i soloni dell'economia politica liberista prescrivono cure da cavallo, sottoscritte e approvate dai nostri governicchi, sempre e solo per i lavoratori s'intende, a base di austerity spinta, spending review, tagli al welfare, che in sostanza dietro agli inglesismi nascondono un peggioramento generale e progressivo delle condizioni di lavoro, la finanza speculativa, ovvero i “nuovi paroni” diventati presto abilissimi a muoversi nel mondo finanziario delle azioni e sempre meno nei vari comparti della produzione industriale, continua a fare utili su utili.
Queste contraddizioni si ripercuotono non solo nel tessuto occupazionale ma anche e soprattutto in quello sociale e oggettivamente, se consideriamo tutti gli attori in gioco dai partiti ai sindacati concertativi, segnano la sconfitta della politica istituzionale.
I segnali erano evidenti da tempo, ma nonostante le grida d’allarme dei “soliti disfattisti catastrofisti”, nulla si è fatto o meglio nulla di concreto a favore dei lavoratori.
Di fronte ad una progressiva e inarrestabile desertificazione di molte aree del territorio nazionale e regionale, assistiamo infatti al continuo ricatto imposto dal padronato secondo il quale se “vuoi lavorare devi cedere diritti”.
Il lavoro, o meglio i lavoratori, sono considerati come merce ed in quanto tale assoggettati alla regola del mercato che in surplus di offerta ne fa precipitare il prezzo.
Il prezzo non ricade solo sul valore del salario, ma anche e soprattutto sulle condizioni di lavoro, sulla precarizzazione e sulla sottooccupazione ormai diventate la normalità.
Il messaggio esplicito di questo nuovo capitalismo saldamente in mano alla finanza è che dobbiamo adattarci e contro l'ingiustizia sociale, da loro creata e a loro esclusivo vantaggio, non si può far nulla.
Noi crediamo invece che la realtà ci imponga di rovesciare il paradigma dominante che lega il sistema economico alla legge del mercato perchè il diritto al lavoro e la sua dignità non si possono mercificare.
Abbiamo un mondo vecchio alle spalle fatto di etica del lavoro a senso unico, di disciplina industriale imposta dal proprietario dei mezzi della produzione al lavoratore, di rispetto della gerarchia, di obbedienza ai capi, di consumismo, di “operaismo” senza ormai quasi più operai; un mondo in cui l'arroganza del nuovo capitale si alimenta anche nell'atomizzazione sociale, nell'isolamento politico e culturale in cui sono stati relegati i lavoratori, nella crisi di relazioni e nella mancanza di progetti di ampio respiro che considerino un'uscita “altra e diversa” dalla crisi che non sia prerogativa per qualcuno per mantenere una posizione di privilegio.
Perchè la crisi che ci riguarda è una crisi di sistema e da essa riusciremo a liberarci solo quando inizieremo a comprendere che questo sistema, iperliberista e capitalista, prima di tutto deve essere rovesciato.
Un mondo nuovo, diverso, è possibile.
E' una questione di civiltà, di dignità e di libertà.

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