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Trump, Tramp o Ciamp? Ossia, delle miserie della pronuncia.
Di enzo sanna · creato il 11/06/2017 14:20 · vista 919 volte · POLITICA · INTERNAZIONALE


Da quando Trump è presidente degli USA se ne sentono di tutti i “colori”. L’uomo , peraltro, si presta a ogni genere di considerazioni, dalle ilari alle sconsolate, dalle preoccupate alle comiche. Insomma, una sorta di Fantozzi Rag. Ugo (la macchietta concepita a metà degli anni settanta dello scorso secolo dalla fantasia di Paolo Villaggio) divenuto miliardario per successione e oggi nientepopodimenoché presidente della (fu?) prima potenza mondiale.

Ma in questo articolo non si intende disquisire di politica, di strategie internazionali, di meschine vicende di spionaggio degli 007 ex-sovietici interferenti sul voto negli States o di amene cialtronate tipiche del personaggio citato, bensì di qualcosa di ben più grave, impellente, incalzante, indifferibile per noi italiani: come cavolo si pronuncia Trump?

Chi scrive è stato tentato di rivolgere il quesito al “maestro” Beppe Severgnini, giornalista e scrittore, anglofono d’adozione, dedito da anni a pubblicare pamphlet il cui obiettivo, non troppo recondito, sta nel far vergognare noi villani italici per l’uso raffazzonato della lingua inglese. Ebbene, prendiamoci una seppur minima, forse anche aleatoria rivincita. Caro Severgnini, come dobbiamo pronunciare il cognome, anzi, il “surname” Trump?

Sembra già di cogliere il sorriso un po’ sghimbescio manifestarsi sul volto del nostro amico, come a voler significare con la sola espressione: “Oh, quanto siete provinciali!”. Eh, sì. Saremo pure provinciali e anglo-analfabeti, ma la rivincita, anzi, la ritorsione è qua, pronta, palpabile, persino goduriosa. Come pronunciano gli inglesi alcuni termini latini quali magnum o plus, tanto per limitare l’esempio a due parole soltanto? Ciò è quanto si sente: plus diventa plas, magnum suona con la “g” dura di magma. E qui ci fermiamo perché ce n’è a sufficienza. Pensiamo forse di poter offrire impunemente un gelato a un amico rivolgendoci a lui in tal modo: “Gradisci leccare un Magnum?”, con la “g” dura all’inglese? Se la persona è educata risponderà che, se possibile, preferirebbe una “Coppa del nonno”. Circa il “plas”, sorvoliamo evitando così di debordare nello scurrile.

Possiamo permetterci di sussurrare all’orecchio degli amici anglo-americani che anche loro dimostrano una buona dose d’ignoranza nell’esprimersi in tal guisa affrontando i vocaboli italico-latini? È come se noi pronunciassimo “ous” il sostantivo “house” o, ancora, “table”, così come è scritto, anziché “teibol”, o giù di lì. L’aspetto indisponente, però, non sta nel sentire il signore inglese approcciarsi all’italiano lavorando di mandibola, di lingua e di naso (è la sua natura), ma quegli italiani i quali lo emulano articolando “all’inglese” i succitati vocaboli latini. Costoro sono davvero convinti di apparire “fighi”, così facendo? Ma dai!

Sentire la corrispondente da New York di un noto TG che apre in questo modo il proprio servizio in diretta TV dalla Casa Bianca : “Il presidente Ciamp, dalla uait aus, ha rilasciato la seguente dichiarazione…”, ebbene, rende la scena abbastanza comica, se non ilare. Notate come la sua lingua sputacchia sull’obbiettivo della telecamera nel tentativo di azzeccare la dizione della “T” di Trump, anzi, di Ciamp, o peggio quando il purtroppo ricorrente, odiatissimo articolo “the” si intromette nella sventura di dover citare la testata The Economist, costringendo la “tongue” a torcersi e schiacciarsi contro la “latina” chiostra dei denti per far uscire dalle labbra, in barba a ogni sforzo, una sorta di “se”, con la “s” dolce di “asino”.

Ho la fortuna di abitare in una zona turistica (molto mediterranea) a poche decine di metri dal mare. Nelle ricorrenti passeggiate lungo l’arenile, ho modo d’interloquire non di rado con turisti di lingua inglese bisognosi d’informazioni, i quali mi si rivolgono tassativamente nella loro lingua, dando per scontato che io, tu, voi, noi tutti siamo tenuti a comprenderli per volontà divina e della regina, “By the will of God and the Queen” (ringraziando Google per la traduzione); rare volte qualcuno di loro si sforza di “parlare” in italiano, o meglio, di tradurre in un improbabilissimo italiano il proprio idioma, non prima di aver chiesto, anche lui, se me la cavo con l’inglese. La mia risposta è chiara e inequivocabile : “Ai not spic inglisc. Iu spic italian?”, infischiandomene dei “do” dispersi e della grammatica, calcando per giunta sul punto interrogativo alla moda nostrana. Qualcuno degli interlocutori, pochi a dire il vero, non afferra la “battuta”, scuote il capo e prosegue per la propria strada con aria schifata; altri, invece, comprendono e addirittura solidarizzano nel prendere atto del livello di reciproca ignoranza linguistica che ci accomuna. Ebbene, rotto il ghiaccio, con questi ultimi riusciamo persino a capirci, un po’ col ricorso alla gestualità, un po’ con l’ausilio del benedetto traduttore pronto a venire in soccorso dallo schermo dello smartphone, sempre che il mediterraneo sole accecante ne permetta la consultazione.

A questo punto non resta che lanciare un accorato appello agli amici statunitensi: carissimi, mettete sotto impeachment, anzi “impicment”, il vostro attuale presidente liberando il mondo intero da una persona pericolosa e, di conseguenza, noi italiani da quella “T” di Trump che tanto ci crea imbarazzo nell’immane fatica di evitare la sputacchiata sul volto dell’interlocutore. Siate cortesi: la prossima volta votatevi un presidente con un cognome meno fastidioso da pronunciare, che so, tipo Sanders, ad esempio. Molti italiani e tante altre persone in giro per il mondo vi riserveranno infinita gratitudine, non solo per un fatto di dizione.



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