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IL PIAZZISTA
Di PRC Pisa · creato il 04/02/2014 23:54 · vista 1380 volte · ECONOMIA · ITALIA


di Dino Greco. Ecco in cosa consiste la politica economica del governo magnificata da Letta contro il "disfattismo" di casa nostra: andare in giro per il mondo - nei giorni scorsi il premier è stato a Kuwait City, alla corte dello sceicco Jaber al-Mubarak - ad offrire ai ricchi della terra l'opportunità di ristorare le casse delle esangui industrie italiane. Imprese pubbliche? Oppure private? Quali? Dove? In base a quali strategie di sviluppo? Argomenti privi di senso, per l'ineffabile Enrico Letta. Saranno i partners di volta in volta contattati a scegliere se e a quali condizioni investire nelle direzioni da essi ritenute le più remunerative. Questo accattonaggio al limite della questua, sostitutivo di una politica industriale di cui si è perso persino il significato, avendola per troppo tempo subappaltata alle convenienze private e alle logiche di mercato, è ciò che il presidente del Consiglio rivendica, con ridicolo orgoglio, quale dimostrazione del nuovo corso politico (?) e dell'italica intraprendenza, virtù di un governo che "non fa chiacchiere, ma fatti". Il tutto condito con massicce dosi di ecumenismo liberista del tipo "il paese oggi è il mondo, non si ferma ai confini nazionali". E' di tragiche banalità di questo tipo che si nutre la politica del governo barcicentrata sul Partito democratico.
Gli accordi sottoscritti nel Golfo per investimenti pari a 5oo milioni di euro - va dicendo in queste ore il premier mentre sfodera la ruota - "serviranno alle imprese italiane a essere più forti: sono la migliore risposta al disfattismo imperante del nostro Paese. Fuori dall'Italia credono in noi". Lo strumento individuato è quello di una società compartecipata a "governance italiana", della quale Kia (la finanziaria kuwaitiana) deterrà il 20%, mentre l'80% apparterrà al Fondo strategico italiano (Fsi). Letta non si ferma più, ed in preda ad irrefrenabile ottimismo racconta che persino i problemi del credit crunch, persistenti malgrado i fantastici regali messi all'incasso dalle maggiori banche italiane, si possono superare così.
Di risorse pubbliche, da rastrellare attraverso politiche fiscali finalmente capaci di intercettare le enormi ricchezze patrimoniali accumulate dal decimo più ricco della società e da destinare a politiche programmate di sviluppo neppure si parla più. Quello è un muscolo che si è ormai totalmente atrofizzato, insieme all'idea e alla percezione del bene comune.
La borghesia italiana, non più avvezza (se mai lo è stata un tempo) al rischio industriale, e il suo screditato, corrotto personale politico, cresciuto e selezionatosi durante il craxismo prima e nel ventennio berlusconiano poi, non hanno nulla da dire e da fare per impedire la decadenza economica, sociale, morale del Paese di cui sono massimi responsabili.
Se ancora restano in plancia di comando è perché si è da tempo estinta una cultura politica e sociale capace di disegnare con compiutezza un altro paradigma, radicale eppure concreto e credibile. Se ne trovano scampoli qua e là, ma prevale la coazione alla diaspora che separa ostinatamente forze che potrebbero, unite, intestarsi un progetto di cambiamento e proporlo con voce meno labile. Se il nostro futuro continuerà ad essere ancorato ai patti europei e al piano di privatizzazioni attraverso cui il governo sta mettendo all'asta l'Italia, se non saremo capaci di rovesciare l'avvitamento autodistruttivo delle politiche di austerità dettate dall'oligarchia finanziaria, lo sbocco inevitabile della crisi sarà verso esiti drammaticamente autoritari.
Quelli che si avvertono nell'insieme del corpo sociale sono molto più che scricchiolii. O siamo capaci di rompere l'ingessatura politica che inibisce la ricerca di strade nuove, o riusciamo a dimostrare che fuori dall'euro e dalle sue catene non c'è il diluvio, ma un destino da ricostruire, oppure assisteremo alla disfatta democratica del Paese, rassegnandoci a commentare gli sviluppi di un mondo che non proviamo più a cambiare.

 




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