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Una riflessione di fondo sulla Bossi-Fini e non solo
Di PRC Pisa · creato il 10/10/2013 22:40 · vista 1135 volte · POLITICA · ITALIA


Stefano Galieni 10/10/2013

Occorre una strage per cambiare una legge? In Italia sembra proprio di si, ripercorrendo a ritroso la storia della Repubblica sembra che solo di fronte ad immani tragedie ci si renda conto, ovviamente sempre in ritardo, della pericolosità, della superficialità e spesso della pura ignoranza con cui si elaborano provvedimenti legislativi e li si tengono in vita come meri strumenti propagandistici. La raccolta firme lanciata, grazie all’allarme lanciato da Stefano Rodotà su Repubblica.it per promuovere l’abrogazione della legge Bossi – Fini ha raccolto in poche ore oltre 50 mila firme, dimostrando nei fatti che l’opinione pubblica spesso reagisce meglio di chi tenta di governarne i sentimenti e le pulsioni. Ora è chiaro che qualsiasi essere umano dotato di un minimo di senso civico non potrà che essere felice se tale perversa legge verrà eliminata ma, con un minimo di onestà intellettuale, andrebbero proposte alcune riflessioni. In primis, la Bossi –Fini, in tutte le sue micidiali variazioni peggiorative introdotte negli anni grazie anche al silenzio di coloro che oggi si scoprono indignati, andrebbe rimossa in quanto legge che ha mancato totalmente gli stessi scopi per cui è stata elaborata o almeno propagandata. Si tratta a volerla leggere e in quanto frutto di emendamenti sul precedente Testo Unico (la Turco – Napolitano) per intendersi, di una legge che serve a “etnicizzare”e a rendere più ricattabile il mercato del lavoro. Il succo della sua inconcludenza è nel pretendere, in un mondo in cui merci e capitali si spostano con facilità estrema, il mantenimento in condizioni di subalternità gli uomini e le donne che vengono a lavorare. La permanenza in Italia è legata mani e piedi al contratto di lavoro, dipende insomma da un padrone che decide se, per quanto tempo e in quali condizioni garantire il diritto a farsi sfruttare. Costruire affetti, entrare nella quotidiana vita sociale del Paese ospitante, arricchirlo in termini economici, sociali, culturali, non conta nulla. Il migrante è sempre e solo braccia, quando non serve va rispedito al mittente. Inevitabile che nella stessa logica mercantilistica, ed ancor di più in un contesto di crisi, lo stesso sbandierato legame fra domanda e offerta non funziona. Vince chi assume al nero e mantiene le persone nella irregolarità più assoluta, vince chi marginalizza non solo economicamente. Insomma una legge che ha prodotto in 11 anni di vita, condizioni di irregolarità diffusa risolte con sanatorie ad hoc, con provvedimenti contorti come i “decreti flussi”. In Italia, si scopre oggi, che entrare regolarmente è pressoché impossibile – il 65% dei migranti presenti ha trascorso anche anni privo di documenti – si scopre che 5 milioni di persone sono ritenute oggetti e non soggetti della vita democratica, si scopre e ci si indigna perché aberrazioni come la successiva introduzione del reato di ingresso irregolare porta anche una procura ad incriminare coloro che hanno commesso il torto di sopravvivere ad una ecatombe. Ed è grottesco leggere come coloro che continuano a difendere tale impianto legislativo non si confrontino mai con tali risultati ma si aggrappino ad un testo, o meglio ai nomi che di quel testo sono il simbolo, per rassicurare, mentendo, il proprio elettorato. Come se la Bossi – Fini abbia prodotto il miracolo di fermare le “invasioni”. E qui si arriva al secondo punto critico. Se la voglia di rivedere un sistema parte da un giusto afflato emotivo allora è il caso di resettare la memoria e raccontare qualcosa di rimosso. In mare si crepava già prima dell’approvazione dell’attuale T.U. basta ricordare il naufragio nelle acque di Portopalo del Natale 1996, quando ancora non era in vigore neanche la Turco – Napolitano che della Bossi – Fini è strutturalmente madre, basti ricordare quello della Kater I Rades, speronata il 28 marzo 1997 da una motovedetta della Marina Militare italiana nei pressi di Otranto, solo per segnalare le catastrofi con il maggior numero di vittime. Da quegli anni ad oggi sono oltre 7000 le persone che hanno perso la vita in mare – il calcolo è per difetto – in nome della difesa di una “Fortezza Europa” che ha coinvolto governi di diverso segno politico. La Bossi – Fini e gli addentellati che ne seguono sono certamente il culmine di mancate soluzioni ma la sua rimozione di per se non è affatto sufficiente a definire nuove e più positive prospettive. Intanto chi arriva da richiedente asilo – mezzo mondo è oppresso da guerre e tensioni ormai perenne – deve poter accedere a corridoi umanitari modulati a livello continentale in Europa. Le inutili e dannose risorse impegnate per l’agenzia FRONTEX potrebbero trovare migliore impiego per rompere alla radice il traffico di esseri umani garantendo gli ingressi legali e procedure comuni di accoglienza diffuse. Se 28 Paesi che complessivamente sono abitati da centinaia di milioni di persone non sono in grado di predisporre piani di salvataggio per una quantità di persone assolutamente risibile rispetto alle catastrofi umanitarie che si vanno realizzando significa che non solo l’Italia ma la stessa U.E. non ha alcuna prospettiva. Dai tempi del primo Regolamento Dublino poi che si potevano definire forme di diritto di asilo europeo che garantissero libertà di circolazione all’interno almeno dell’area Schengen per chi ha opportunità migliori in un paese piuttosto che in un altro. Per chi sbarca a Lampedusa magari con l’obiettivo di ritrovare un parente o una rete relazionale pronta a sostenerlo in Germania piuttosto che in Svezia. Un sistema che non sottragga l’Italia alle proprie responsabilità e alla propria collocazione geografica nel quadro di un sistema sano che garantisca tutti, a partire dai più vulnerabili, che non imponga reclusioni o deportazioni, che non tratti chi cerca una via di fuga alla stregua di immondizia di cui liberarsi o di allarme da additare come portatore di inesistenti pericoli. È questo insieme di scelte scellerate di cui la Bossi – Fine è parte integrante, che va spezzato in radice. Le proposte ci sono, le risorse anche, le ragioni sono valide e non soltanto etiche ma di natura politica nel senso alto del termine. Si vedrà nei prossimi giorni, forse nelle prossime ore se l’indignazione di Repubblica e di buona parte del centro sinistra porterà soltanto a gesti auto assolutori, a riforme parziali di una legge irriformabile o al ritorno ad una legge già allora inadeguata come la Turco – Napolitano. Lo si ripete ormai da tempo: l’immigrazione ha già cambiato l’Italia ed è assurdo continuare a replicare nella logica della contrapposizione fra un “noi” e un “loro” sempre più indistinguibile. Cambiano le ragioni del migrare o del cercare asilo, cambiano le rotte e i progetti migratori che le persone si danno, cambiano le aree del mondo in cui è possibile immaginare un futuro per se e per i propri figli. Un discorso valido per autoctoni e non. Ma si torna alla domanda iniziale: quante stragi di innocenti occorrono per imporre un minimo di analisi, di riflessione e di costruzione di cambiamento?

P.S. Ovviamente nella giusta raccolta firme, tanto spazio a vip di ogni tipo, persino a leader come Fassino che fino a poco tempo fa giustificava a volte i respingimenti in mare. Anche dirigenti del nostro partito, a partire dal segretario Paolo Ferrero, hanno apposto la propria firma, ma guai a darne notizia.




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