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IO CITTADINO, PADRE, LAVORATORE E DIRIGENTE FIOM
Di Fabio Pozzerle · creato il 23/06/2013 12:19 · vista 599 volte · LAVORO · VENETO


E’ da tempo oramai che la Fiom ha focalizzato la sua attenzione sul divulgare a ripetizione allarmi e dati sulle conseguenze della crisi.
Lo sta facendo da anni elencando giorno per giorno un’infinità di dati; elaborando studi e teorie sulle cause e sugli effetti di questa crisi; promuovendo continue iniziative e facendo partecipare Landini a migliaia, oramai, di trasmissioni televisive lanciando continui messaggi d’allarme.
Tutto questo io credo, ne sono convinto, con una caratteristica di fondo che personalmente, ma non credo di essere il solo, ho sempre attribuito e attribuisco alla Fiom, e cioè quella di essere sempre precorritrice dei tempi nelle proprie analisi e decisioni da prendere: un’avanguardia insomma.
Della crisi abbiamo parlato a lungo.
Sono anni che lo facciamo.
Sono anni che continuiamo a ripetere e ad aggiornare ogni tipo di analisi e valutazione.
In particolare sono gli effetti ad impressionare; i dati.
Francamente, ad oggi credo ne bastino pochi per riassumere tutto ciò che ci interessa:
1. La crisi non è uguale per tutti; il 10% delle famiglia detengono il 47% della ricchezza nazionale. Cioè 800 mld dei 1600 complessivi, vengono spartiti tra 2,4mln di famiglie con 333mln per famiglia.
Quindi i soldi ci sono e sappiamo chi li abbia.
2. Fiscal compact e pareggio di bilancio…
Cioè il debito deve essere restituito alle banche ed in 20 anni passare dal 120% al 60% del PIL.
Significa che per 20 anni si dovranno fare manovre di 50 mld l’anno (manovra monti 2012 35mld)
Vuol dire che se vogliamo spender un solo euro per scuola, sanità o welfare servirà una manovra di 50mld+1€.
Ragion per la quale ci saranno 2 strade:
a) Privatizzare sanità, scuola, università e welfare
b) Aumentare a dismisura le tasse per mantenerli pubblici.
3. Oggi il Pil è a -2,3% e per fare posti di lavoro nuovi, gli economisti dicono che dovrebbe fare +2% cioè, il Pil dovrebbe fare un balzo del 4,3%: un’utopia nel breve.
Ergo: la crisi sarà molto lunga.
Se poi non investono una lira nell’industria, la ripresa dei posti di lavoro sarà ancora più lontana .
4. Se domattina ci fosse un governo che facesse una politica feroce a tutto vantaggio dei lavoratori, comunque servirebbero 4/5 anni per creare posti di lavoro; 63 anni per tornare ai livelli pre crisi.
Questi io credo siano i principali dati che impattano direttamente sulle nostre vite. Dati che se messi insieme credo bastino a sfatare i miti che molti di noi si portano dentro e che sono frutto del liberismo più sfrenato e dei quali dobbiamo liberarci rapidamente.
Quei miti hanno portato ad una distorsione della realtà facendoci credere che le nostre esigenze e le nostre possibilità, fossero identiche a quelle dei più ricchi.
Ma non è mai stato così e non lo è nemmeno oggi, tant’è che:
1. Se pensiamo che non esista una classe sociale dominante che governa le nostre vite e che vive oltre ogni ragionevole limite di ricchezza fino al punto di renderci poveri, quel 10% di famiglie ricchissime mi pare che siano lì a rappresentarla.
2. Se pensiamo che per noi lavoratori possa esserci la possibilità di studiare e far studiare i figli fino all’università, curarci in ospedali e farci una pensione, mi pare che quei 20 anni da 50 mld l’uno sono lì a dirci che o scuola, sanità e welfare sono pubblici oppure per noi non ci saranno affatto!
3. Se non si fanno investimenti in misura massiccia, così massiccia come solo lo Stato può fare, per noi non ci saranno posti di lavoro entro tempi ragionevoli e saremo costretti ad emigrare all’estero.
Quindi, per noi nazionalizzare diventa d’obbligo!
4. Diversamente, da subito, servono interventi immediati per prolungare gli attuali ammortizzatori sociali e soprattutto una riduzione generalizzata degli orari di lavoro, sia per salvare i posti e le attività esistenti sia per crearne di nuovi.
Aggiungo un punto ed è quello sulla cittadinanza. Stiamo parlando cioè del rapporto giuridico tra la persona fisica e lo Stato.
Anche qui è bene si abbiano dei punti fermi:
lo Stato è sempre esistito sia con la Monarchia, sia con la dittatura, sia con la repubblica. Ma nel momento in cui nel contratto che stabilisce i limiti di quel rapporto tra persona fisica e Stato, la carta Costituzionale, vengono riconosciuti alle persone fisiche i diritti civili e politici, si passa dalla condizione di suddito a quella di cittadino.
Quindi casa, lavoro, salute, istruzione e giusto salario, lo Stato deve garantire che io li abbia!
Pertanto li devo pretendere e quindi li devo rivendicare e devo pretendere che lo Stato me li dia, perché stanno dentro quel contratto.
Se non li rivendico ma li chiedo, beh allora io non sono più cittadino ma retrocedo al rango di suddito.
Questo è il punto. Si tende a chiedere anziché rivendicare e ciò porta le persone a sentirsi subalterne a quelle più potenti.
Infatti non v’è stata una risposta poderosa ed estesa per fermare l’attacco feroce ai diritti dei cittadini delle classi meno abbienti, i lavoratori dipendenti, sferrato per spingerci sempre più verso lo sconforto fino ad accettare, con la demolizione del diritto del lavoro e di quello al lavoro, di subire la regressione dallo status di cittadino a quello di suddito.
Questa retrocessione, tra l’altro, si completerà, è una mia convinzione oramai confutata dai fatti, con la completa gestione dello Stato da parte delle classi dominanti, che tra l’altro non dobbiamo aver timore di chiamare nobili e borghesi. E questo avverrà grazie alla riduzione dei posti da parlamentare e della cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti.
C’è un altro punto nel merito: con la crisi, al contrario di ciò che si pensa, accade che le persone anziché reagire alla loro condizione di miseria, si deprimono; si annichiliscono e abbandonano loro stesse; si lasciano andare verso la perdita della propria dignità.
A dimostrarlo sono i dati che dicono che il 50% dei cassintegrati e disoccupati sono affetti da ludopatia.
Siamo di fronte quindi ad un fenomeno diffuso di depressione psicologica collettiva.
Quest’ultima questione io credo sia per noi molto importante perché da essa dipende la riuscita o meno delle iniziative di mobilitazione.
Riguardo a questo, i gruppi dirigenti hanno una forte responsabilità e se la devono assumere.
I gruppi dirigenti che rappresentano gli strati più bassi della popolazione, come gli organismi dirigenti della Fiom, non possono permettersi di cadere nella depressione.
Indicare la soluzione spetta a loro.
Non è per presunzione che lo dico, visto che di quel gruppo dirigente faccio parte anch’io, quanto piuttosto per necessità e per obbligo derivante dal loro ruolo che è quello di dover essere coloro i quali che, in questo momento storico, nel nulla dello sconforto, nell’apatia e depressione collettiva, fanno succedere le cose, ma soprattutto fanno sempre parte della soluzione, mai del problema.
In questi tempi difficili non possono mai essere vittime del sistema, ma di questi tempi farne i tempi migliori per costruire qualcosa di nuovo senza vergognarsi di dire d’aver paura perché ciò non è un male in quanto, senza paura non si migliora.
È mio parere che quello che conta per un dirigente, sia esso sindacale o no, sia quante persone abbia saputo ispirare ed aiutare, perché spesso perdiamo la misura del coraggio che serve ad un lavoratore per decidere di sposare tesi così radicali e antisistema come quelle della Fiom.
Credo che da questa breve analisi si potrebbero già trovare degli spunti sui quali, coloro i quali oggi si ritrovano a subire le conseguenze derivanti non dalla crisi, attenzione, ma dalle ricette praticate per uscirne, possano cominciare a riconoscersi e a prendere coscienza della propria condizione e di quali siano i propri bisogni.
Io mi ci riconosco e riconosco che:
• non ce la faccio ad arrivare alla fine del mese;
• non riuscirò a curarmi, a far studiare i miei figli o ad avere una pensione se scuola, sanità e pensioni non saranno pubbliche;
• sarò costretto ad emigrare se lo Stato non comincia a nazionalizzare le fabbriche impedendone la chiusura;
• i soldi per fare tutto questo ci sono e sono in Italia, in mano a pochi iper benestanti, benestanti oltre ogni ragionevole limite di ricchezza;
• me ne devo fregare della restituzione del debito pubblico, delle banche (che vanno anch’esse nazionalizzate) e dei trattati internazionali se non sono fatti per salvaguardare la vita delle persone ma solo gli interessi degli straricchi;
• voglio tornare ad essere cittadino e non suddito, ragion per la quale rivendico ciò che la Costituzione mi garantisce;
In poche parole: rivendico la sovranità del popolo italiano di decidere sulle condizioni della propria esistenza, che è anche la mia.
La rivoluzione deve partire da dentro di noi, altrimenti sarà pure quella una chimera irraggiungibile.
Fabio Pozzerle

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