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Agenda della crisi: Il 15 Ottobre 2011
Di Giovanni Dursi · creato il 28/12/2011 09:49 · vista 1115 volte · POLITICA · ITALIA


Si è manifestato in 82 Paesi, marciando contro i luoghi fisici del potere. Sono state occupate strade e sedi, si è avviata l'impresa dell'insurrezione popolare mondiale. La logica e le manifestazioni del conflitto archiviano definitivamente, dopo il 15 Ottobre, le prassi economiciste delle rivendicazione materiali e normative e portano ad organizzare in modo neoistituzionale (il contropotere comunitario che conquista spazi e tempi sociali) il potenziale politico eversivo antisistema delle stesse soggettività antagoniste. Le mediazioni politico-sindacali “tradizionali” sopravvissute fino ad oggi, vengono definitivamente meno con il protagonismo sociale del 99% della classi subalterne mobilitate che consolidano, nelle lotte, la coscienza rivoluzionaria. Un problema di fondo che ha ora il movimento antagonista nel reinterpretare la “global revolution” con lotte unitarie è la repressione. Il capitale globale ha deciso che l'insurrezione deve essere stroncata sul nascere e paventa punizioni esemplari per i “criminali” antisistema che si oppongono alla “modernizzazione del sistema dello sfruttamento”. Perquisizioni, denunce, arresti, licenziamenti, cariche della polizia, attentati di “squadracce” paramilitari sono tutti momenti del piano repressivo degli Stati sotto l'egida del capitalismo multinazionale. La “soluzione cilena” degli aguzzini è giustificata dai milioni d'euro di danni subiti da banche, amministrazioni pubbliche, privati proprietari di beni che ne condividono la responsabilità essendo mandanti privilegiati della repressione. Il potere economico e politico si è dato il compito di schedare chiunque svolga attività politica antisistema perché qualcuno dovrà pagare. Il sistema dei media, compreso il circuito radio-televisivo pubblico, collabora entusiasticamente alla “caccia alle streghe”, prepara l'opinione pubblica con allusioni all'uso delle pallottole, da parte di chi detiene per conto dello Stato il monopolio della forza armata, negli scontri di piazza contro i “violenti”. La partita tra le moltitudini che ritrovano dignità nella radicalità del conflitto sociale e la repressione militare a difesa degli interessi dei pochi potentati non va affatto chiusa e non si chiuderà. La sfida è accettata. La formazione di un'organizzazione politica che incorpori il conflitto nella sua elaborazione programmatica è all'ordine del giorno ed in grado, quindi, di superare l'orizzonte d'una guerriglia metropolitana che sembra “necessitata” ed autoreferenziale. Separare l'elaborazione politica dalla mobilitazione organizzata conflittuale – che alcuni (la cosiddetta “sinistra”) arrivano a demonizzare considerandola qualcosa di “schifoso” - è un errore grave. Certo è che ogni forma di antagonismo duale va ispirato al principio in base al quale deve essere l'elaborazione politica delle contraddizioni sociali a guidare il conflitto; questa sana dialettica va intesa e praticata in un senso preciso e cioè sollecitando in ogni antagonista ed in ogni nucleo organizzato un approfondito chiarimento politico a guida, fondamento e scelta del proprio comportamento rivoluzionario, all'occorrenza anche mobilitativo di potenziale contundente, come è accaduto a Roma. Le modalità di lotta rivoluzionaria non si scelgono arbitrariamente o teoricamente, ma assumono spesso la forma dell'azione diretta organizzata conflittualmente poiché lo scontro sociale è un fatto che non dipende tanto solo dall'azione soggettiva degli antagonisti, quanto dall'organizzazione repressiva dello Stato delle multinazionali che, in qualche modo, impone ed introduce nel conflitto “logiche militari” nello stesso scontro sociale. Che l'offensiva antagonista si esprima anche sul piano dell'azione diretta organizzata conflittualmente è una necessità dell'attuale livello dello scontro di classe che non può essere diluito o negato. È legittimo pensare - questo sì - che l'offensiva antagonista contro il massacro sociale e la “crisi” sia oggi estremamente ricca di opzioni praticabili e che tra le molte forme della sua espressione radicale vi sia anche quella dell'azione diretta organizzata sul piano politico e veicolata dal conflitto. Senza bandiere, che non sia quella rossa del comunismo, senza paura di perdere se non le catene. Le Note «Agenda della “crisi”» a cura di G. D., continuano

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