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Che “dire” della “crisi” ?
Di Giovanni Dursi · creato il 28/11/2012 18:07 · vista 1104 volte · POLITICA · INTERNAZIONALE


Pensiero politico contemporaneo e prassi istituzionali ed amministrative, nazionali e sovranazionali, hanno perso il senso della realtà, soprattutto nelle sue attuali evidenze tragiche. I commentatori, politologi ed “analisti”, inoltre, si sforzano di interpretarla in base a categorie discorsive omologate: “crisi”, “crescita”, “mercato”, “spread”, “competizione” … Tali termini-concetti, quasi mantra di un rito tribale, non aiutano a fuoriuscire da gabbie semantiche, da significati standardizzati ed automatismi tecnici, linguistici, finanziari, e rappresentativi che sempre più spesso conducono ad un amalgama interpretativo fuorviante e che induce devastazione culturale, alienazione. L'universo linguistico e fattuale costruito retoricamente, non è l'unico.

Occorre invece comprendere la tragedia sociale e parlare il suo linguaggio, se si vuole entrare in sintonia con la mutazione profonda che sta attraversando la società. Ovviamente, se si vuole cercare, ammesso che esista, una via d’uscita dall’abisso cui il capitalismo ha destinato miliardi di esseri umani. Osiamo dire, quindi – come afferma Franco “Bifo” Berardi sulla pagina dei Blog di MicroMega (2012/04/14), qualcosa sul modello predatorio dell’accumulazione di capitale. L'attuale “crisi” non è sconnessione temporanea del dispositivo sociale, cui seguirà una riconnessione, una ripresa. Il fallimento monetario è pretesto per istituire un nuovo modello di accumulazione del capitale fondato su un nuovo rapporto tra funzione monetaria e processo di accumulazione. Nell’epoca del capitalismo delle origini l’accumulazione di valore monetario dipendeva dalla produzione industriale di beni e servizi (secondo la formula Denaro-Merce-Denaro); nel Novecento la classe finanziaria ha creato un sistema di accumulazione in cui il Denaro produce Denaro senza dover passare attraverso la produzione di alcunché. Il denaro si presenta come mezzo di scambio, equivalente generale e forma del valore, ma si presenta anche come mezzo di comando sul lavoro. In questa duplice figura si manifesta anche il carattere linguistico del denaro, che è insieme equivalente generale, cioè denotazione dei beni di consumo che con il denaro si possono acquistare, ma è anche atto linguistico di tipo ingiuntivo, comando sulla disponibilità umana a obbedire a qualsiasi ordine, particolarmente all’ordine di produrre (plus)valore. Il linguaggio e il denaro hanno questo in comune, che sono nulla e muovono tutto, come dice Robert Sordello in Money and the soul of the world, (The Pegasus Foundation, Dallas, 1983). In seguito alla sua liberazione dalla funzione referenziale, che coincide con la finanziarizzazione, il capitale finanziario si auto-alimenta seguendo una procedura che astrae dalla produzione di beni e di servizi, grazie all’indebitamento di gran parte della popolazione. Negli anni ’90 e nel primo decennio del XXI secolo, il capitale finanziario aumenta enormemente il suo valore grazie all’indebitamento generalizzato, come se questo potesse espandersi per sempre. È possibile un’accumulazione basata sul nulla, o meglio basata su un’apertura di credito apparentemente infinito? Naturalmente no, e alla fine, dopo il settembre del 2008 il capitale finanziario ha iniziato ad esigere la restituzione di un debito praticamente infinito. Da quel momento il capitale finanziario scopre il suo vero volto. Il capitalismo industriale accumulava valore attraverso la produzione di beni utili, e la borghesia industriale era classe territoriale, perché proprietaria di beni materiali, e perché legata alla comunità di produttori consumatori. Il capitale finanziario si fonda invece su due astrazioni ulteriori che si sono dispiegate contemporaneamente negli ultimi decenni del ventesimo secolo. La prima è l’astrazione digitale che comporta una delocalizzazione del processo produttivo: i beni non sono più prodotti in un luogo specifico né sono destinati a una comunità territoriale. In questo modo la classe proprietaria si deterritorializza e si libera da ogni legame con la comunità concreta. La seconda è l’astrazione finanziaria che comporta un’emancipazione del processo di valorizzazione dalla necessità di produrre qualcosa di utile. Per alcuni decenni si è alimentata la valorizzazione attraverso l’indebitamento, ma alla fine di questo processo la società è costretta a spogliarsi delle risorse prodotte nella passata epoca industriale: il territorio, le risorse materiali e intellettuali vengono progressivamente depredate, privatizzate, distrutte, per pagare un debito che nel frattempo non ha fruttato nulla di duraturo. Mentre il capitale industriale per valorizzarsi doveva produrre plusvalore, cioè doveva aggiungere qualcosa al mondo dei beni esistenti (che fossero beni materiali o immateriali poco importa), il capitale finanziario per valorizzarsi deve togliere, distruggere, dissipare ciò che nel passato è stato prodotto, e anche ciò che continuiamo a produrre durante il giorno perché nottetempo l’astrazione finanziaria lo possa bruciare. Siamo entrati così in un’economia dell’astrazione predatoria, che continuamente distrugge il prodotto sociale, fino a denudare interi comparti della società.

Quanto a lungo potrà durare un processo simile? E quali effetti di barbarie e di miseria sta producendo? Lo vediamo ormai nella miseria che dilaga nelle strade, nel crollo delle strutture civili, scuola, trasporti, sanità, nella depressione che invade la vita quotidiana delle popolazioni europee. Come scrive Manuel Castells nel suo recente “Reti di indignazione e speranza – Movimenti sociali nell'era di InterNET” (Università Bocconi Editore”, Ottobre 2012), “in un mondo offuscato dalla crisi economica, dal cinismo politico, dal vuoto culturale e dallo sconforto individuale, qualcosa stava prendendo corpo”: “... spazi di autonomia ampiamente fuori controllo di governi e corporation … che danno corpo a quell'autocoscienza che ha sempre caratterizzato i grandi movimenti sociali”. A questo bisogna lavorare, anche scrivendo contro l'ingiusto ordine mondiale.


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