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Impasse nella “pubblica distruzione”
Di Giovanni Dursi · creato il 28/11/2012 18:04 · vista 1095 volte · SCUOLA · ITALIA


La cultura si conquista attraverso un processo individuale di formazione della propria personalità, ma nel contesto di un’esperienza sociale consapevole che è appunto l'azione educativa dello Stato o di ogni altra associazione che si ponga sul terreno del servizio formativo “pubblico” e la scuola è lo strumento più importante dell’opera statale di direzione culturale. Accettando la definizione gramsciana di cultura e di intellettuale (specialista + politico e quindi oltre ai letterati anche i tecnici) non vi è dubbio che la scuola resta lo strumento fondamentale per elaborare menti critiche, costruire consapevolezza civica e competenze di comune utilità (vanno integralmente rispettati ed applicati gli inerenti articoli costituzionali). Non bisogna dimenticare che la scuola deve formare intellettualmente, secondo una scala verticale di specializzazione. Non servono solo lavoratori manuali specializzati (formazione professionale o tecnica), bensì alta cultura per tutte e tutti e preparazione tecnica superiore di grado elevato curando bene, ovviamente, i gradi intermedi. Imbarazzo e rabbia, in queste ore tumultuose (politicamente, ove l'autoreferenzialità dei protagonisti è il “male” più cogente) ed insieme vivaci (l'organizzazione di un movimento studentesco saggio, maturo in tutte le sue manifestazioni), investono gli operatori culturali (i docenti, in particolare) che con la didattica fanno della scuola un vero e proprio laboratorio socio-culturale che guarda al futuro, necessariamente. Tali sono i sentimenti prevalenti, ben visibili nella lunga mobilitazione in atto, perché le istituzioni preposte, i partiti e le organizzazioni sindacali, stanno contingentemente dimostrando l'inadeguatezza ad affrontare il tema che ha aspetti di progettazione esistenziale della gioventù, di coesione sociale, di skills device. Gli insegnanti, ma non solo, e buona parte dei genitori non accettano più questa miopia che – nella ristrutturazione in atto del sistema economico-produttivo – si mostra come correità nel massacro fiscale e sociale (in Italia, c'è una vera e propria messa in mora sine die del Welfare).

Una necessità obiettiva implicita per fuoriuscire dallo stallo politico-culturale del Parlamento è dare risposta al crescente disagio vissuto dall'organizzazione scolastica educativa e culturale presenti nel Paese. Ci sono nel campo dell’istruzione e formazione culturale (prima che professionale) energie e competenze (messa in valore del “capitale sociale”), risorse umane preparate, particolarmente pronte a rigenerare la contraddittoria stagione dell'autonomia delle istituzioni scolastiche ed universitarie, in grado, da subito, di mettere in atto strumenti e prassi per una diversa organizzazione della didattica, per una proficua sollecitazione degli apprendimenti giovanili, per l'elaborazione d'avanguardia dei contenuti inter e trans-disciplinari.

La complessità della funzione formativa richiede, dunque, una coerente politica istruzionale, educativa, formativa nazionale, regionale e territoriale, disegnata secondo gradi verticali di complessità e pari dignità formativa, a partire da chi ha conoscenze specifiche e vision per intervenire. Certo, conoscenze e vision non sono patrimonio dei politici preposti, tutti trincerati a difesa dell'attuale sistema in crisi e subalterni alla logiche di bilancio da regolare, questa è la ricetta, tagliando la spesa sociale, in primis l'istruzione pubblica. Non sembra di poter dire che coloro che hanno attualmente la responsabilità della coerenza del ciclo dell’istruzione e della formazione, come chi l’aveva prima dei cosiddetti “tecnici”, si siano posti il compito di coordinare l’azione degli operatori culturali dei diversi livelli scolastici ed universitari in funzione di un progressivo arricchimento culturale del “sistema” nel suo complesso. Il risultato si vede nelle ultime proposte, rimandate al mittente dalla “piazza”, per la scuola del Governo attuale, così come nelle proposte per l’Università del precedente governo. Evidentemente la stragrande maggioranza degli uomini della politica, della cultura e dei tecnici del mondo dell’istruzione e della produzione, a prescindere dalle specificità dei partiti di appartenenza o vicinanza, concordano su quale debba essere il ruolo primario dell’insegnamento (trasmissione di nozioni), in funzione di quali interessi debba essere organizzato (mercato del lavoro dequalificato). Questa convergenza tutto sommato è coerente con quanto ci ha insegnato Gramsci, ossia che l’autonomia degli intellettuali, la loro indipendenza dal gruppo sociale dominante è una utopia sociale. Come dice ancora Gramsci il tipo tradizionale e volgarizzato (nel senso di conoscenza comune) dell’intellettuale è dato dal letterato, dal filosofo, dall’artista. Tra questi si pongono senz’altro come caso “patologico” molti giornalisti-opinionisti che, con qualche giustificazione (visto che i loro libri, letteralmente riempiono gli scaffali delle librerie e che spesso godono di grande spazio non solo sui giornali e nelle televisioni, ma anche nelle scuole e nelle università), si sentono sicuramente letterati, filosofi, artisti e quindi intellettuali. Ciò nonostante meraviglia un poco che anche uomini politici ideologicamente (?) schierati, su un tema chiave come è quello della formazione dei giovani convergano, a prescindere dalle diverse (dichiarate tali) visioni del mondo. La conclusione, provvisoria, è che andrebbero “rottamati” (parola da usare una sola volta nella vita, quando si ha qualcosa da proporre) tutti coloro che, in sintonia con la retorica dei politici, hanno minato dall'interno del “sistema” l'autorevolezza e le capacità produttive della scuola e dell'Università: da principio, ci si riferisce a quei Collegi di molte scuole italiane che sono tanto supini, amorfi, lobbistici, autolesionisti, “collaborazionisti”, quanto refrattari al semplice “conoscere” la normativa che li riguarda accettando ogni “riordino” perché appagati dall'inerzia. Possiamo senz’altro dire che, come nel passato più o meno remoto (c'è continuità dagli anni '40 del Novecento al 2000), anche oggi vi è concordanza nel ritenere che anche molti, troppi, “baroni” universitari hanno rappresentato una velenosa lobby condizionante il “sistema” bloccato nel turn over e annichilente energie ed idee efficacemente innovative nel campo della ricerca. Una spallata, questo movimento di contestazione alla “legge di stabililità” ed alla trasformazione in legge del Ddl 953, che deve continuare a generare pronunciamenti culturali “sistemici” piuttosto che solo rivendicazioni economico-normative, può forse riuscire ad attestarla a chi di dovere, se dovessero continuare a “non capire”.


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