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Flaskô, una fabbrica occupata
Di Manifesto · creato il 13/09/2012 12:15 · vista 1113 volte · POLITICA · ITALIA


Dal «controllo operaio» alla richiesta di statalizzazione, contestando la formazione di una cooperativa per rilevare lo stabilimento. Visita a un'azienda che, di fronte alla delocalizzazione, ha cacciato il «padrone» e continuato a produrre SUMARÈ (Brasile). Tra la fine degli anni '90 e i primi del decennio seguente hanno chiuso molte imprese industriali in Argentina e in Brasile, anche se il primo paese appartiene ai "cattivi" e il secondo è un gigante dell'economia mondiale. La chiusura, proprio come da noi, non è dovuta di solito a ragioni aziendali, al malfunzionamento dell'impresa, ma a ragioni finanziarie e speculative. Chiudono per riaprire in altra regione, località, o in Brasile, immensa nazione federale, in un diverso Stato della Federazione: la famigerata delocalizzazione. Il gioco ben noto dei "fallimentatori" di professione. Inizialmente, i lavoratori si sforzavano di acquisire le fabbriche, formando cooperative, sostanzialmente autotassandosi. Poi però la musica è cambiata: i lavoratori, davanti alla notizia della chiusura degli stabilimenti, hanno deciso di occuparli. Talora l'occupazione si è fatta anche prima, quando si è intuita l'intenzione della proprietà di chiudere. L'orientamento generale è diventato critico sulla prospettiva cooperativistica, e ricuperando la vecchia, generosa parola d'ordine del "controllo operaio" ci si è invece indirizzati, attraverso l'occupazione produttiva, verso la pressione sullo Stato perché acquisisca le imprese. In sostanza, se nella prima modalità si tratta di acquisire una proprietà, attraverso vie giuridiche, nella seconda si tratta di un possesso di fatto: impossessarsi, invece che appropriarsi, in sintesi. Nello stesso tempo, scelte siffatte, concretamente politiche, e non astrattamente ideologiche, in questi ultimi tempi di crisi economico-finanziaria internazionale, hanno simbolicamente tracciato un'altra via per la salvezza dell'economia, tentando di dimostrare che è possibile far sopravvivere le aziende industriali e allo stesso tempo lottare contro la deriva del turbocapitalismo, la sua bulimia distruggitrice, la spietatezza mercantile che sovente finisce per essere una vera e propria diseconomia. Certo, nessuna di queste fabbriche occupate ha preteso di abolire l'ordine delle cose esistente e abbattere il capitalismo, ma tutte, nelle diverse situazioni territoriali, gestionali, economiche, hanno dimostrato che, come accadeva nel settembre 1920 in Italia (un riferimento ineludibile anche per gli odierni occupanti latinoamericani), negli stabilimenti industriali la sola figura inutile è il "padrone". Ma si pensa anche ai soviet russi del 1917 e dintorni, senza infingimenti. Gesù Cristo, Che Guevara... Queste spiegazioni, ed altre ancora, ce le fornisce un lavoratore della Flaskô, una fabbrica brasiliana che produce imballaggi di plastica di grande volume per usi industriali, per l'alimentazione, la farmaceutica, la petrolchimica, riciclando plastica raccolta in giro, o, sempre meno, acquistata sul mercato. La fabbrica, che sorge a Sumarè, un centro di oltre 250 mila abitanti, nella ricca regione industriale di Campinas, nel cuore del grande Stato di São Paulo, zona dunque anche di forte tradizione sindacale; ma lo stabilimento è stato edificato nella parte più povera e degradata della cittadina, segnalata da grandi cartelli ai suoi ingressi, nei quali si legge: Cristo è o Senhor dessa cidade, «Cristo è il Signore di questa città»; qua e là murales con l'icona del Che, campi di calcetto, case semicostruite, che ricordano tante plaghe del nostro Sud, dove si comincia a costruire e non si termina mai; e ancora, terreni incolti, chioschetti poco invitanti che vendono sucos e vitaminas, l'odore del churrasco nella polvere che fa pensare a un Far West conosciuto col cinema. Fondata nel 1988, e ottimamente piazzata sul mercato delle materia plastiche, con commesse anche dall'estero, la Flaskô cominciò ad avere difficoltà dopo alcuni anni, quando - guarda caso - la proprietà aveva accumulato debiti soprattutto per imposte non pagate, pur essendo in buona condizione dal punto di vista produttivo e commerciale. Seguì un processo di abbandono da parte dei proprietari - una famiglia di origine tedesca - dietro le false promesse di "rilancio" (parola che abbiamo letto e udito mille volte nella crisi pilotata di tante aziende sane, e poi inesorabilmente chiuse, nel silenzio ignave della politica e nel disinteresse della pubblica opinione, fin tanto che non venisse coinvolta direttamente in un determinato territorio). In realtà, non fu difficile per i lavoratori capire che le intenzioni erano tutt'altre, e che quei proprietari non avevano più interesse a tener in piedi l'attività: far spegnere lentamente la produzione, chiudere gli impianti, disfarsi dei macchinari (che infatti avevano già cominciato a uscire dai cancelli dello stabilimento), vendere i terreni alla speculazione edilizia in agguato. Anche qui, tanto per dire, gli shopping center nascono rumorosi, invasivi, sempre più giganteschi. E Antonio Gramsci... A quel punto i lavoratori si riuniscono in assemblea, con l'appoggio del sindacato dei chimici, e decidono di giocarsi il tutto per tutto, in un'assemblea durata non più di un paio d'ore. La Flaskô viene occupata. Si elegge un Consiglio di fabbrica, e cominciano a circolare riferimenti storici. Qualcuno cita Gramsci, che, come sappiamo, è una presenza fortissima in tutta l'America Latina. «Viva la Flaskô sotto il comando operaio», è lo slogan che subito prende piede e si diffonde fino quasi a diventare una specie di inno degli occupanti. E come nel settembre 1920, mentre si comincia a diffondere la sindrome bolscevica in una fetta di opinione pubblica (ossia la paura dei rossi che occupano gli stabilimenti), gli occupanti lanciano la sfida: «Proveremo di cosa siamo capaci». È l'ottobre 2002. Poco prima un'analoga azione si è svolta in due ditte brasiliane appartenenti alla medesima proprietà (la Cipla e la Interfibra), i cui lavoratori anzi daranno una mano a quelli della Flaskô, in un bell'esempio di solidarietà proletaria, che rimane oggi negli annali del movimento operaio. Un'assemblea congiunta dei lavoratori, denominata Prima Conferenza Nazionale in difesa dell'impiego, dei diritti, della riforma agraria e del Parque Fabril - ossia del parco industriale - nell'ottobre di quell'anno lancia la parola d'ordine che rimarrà celebre: «Ocupar, Resistir, Produzir e Estatizar. A luta, companheiros e companheiras!». La traduzione è facile: «Occupare, Resistere, Produrre, Statalizzare. Alla lotta, compagni e compagne!». La statalizzazione, da quel momento, espresse la linea della fabbrica occupata, la sua proposta fondamentale, con il rifiuto di acquisire lo stabilimento, le macchine, il logo, attraverso una transazione economica che, impegnando tutti i lavoratori sul piano finanziario, portasse, come in altri casi analoghi, a forme cooperative. In sostanza, il principio che si intendeva affermare è che la fabbrica deve essere di proprietà pubblica, ma la gestione deve essere affidata a chi vi lavora, a chi conosce i segreti del lavoro, le sue dinamiche, i rischi, e anche la bellezza del lavoro operaio. Il consiglio di fabbrica Naturalmente, nessuno sa che fare, una volta assunta la decisione. Come gestire un'occupazione, rimane il grande punto interrogativo. Ma la prima azione posta in essere è avviare un intenso, capillare e partecipato dialogo con i residenti nella zona, sia per chiedere sostegno alla lotta, sia per far loro comprendere che la chiusura sarebbe stato un duro colpo per tutti loro. Sarà proprio la collaborazione degli abitanti della zona il punto di forza della Flaskô. Il Consiglio assume la guida della fabbrica (ma le decisioni importanti si prendono nell'Assemblea generale), si riducono le ore di lavoro, ma non riducendo affatto la produzione, mentre si definiscono i nuovi salari in una scala assai ridotta, non letteralmente egualitaria, ma giusta, considerando le diversità dei ruoli svolti nel lavoro; nessuno eccepisce che alcuni tecnici specializzati ricevano paghe più alte dei lavoratori manuali. L'orario è uguale per tutti: 30 ore settimanali, divise in tre turni lavorativi. Cominciano naturalmente le difficoltà con l'esterno. Dalla decisione e attuazione immediata dell'occupazione, la fabbrica ha resistito a tentativi di sgombero, a una campagna di minacce ai familiari degli occupanti, al taglio dell'energia elettrica, alla caduta delle ordinazioni, alla mancanza di materia prima, a cui peraltro si è sopperito largamente con il ricupero di plastica dai rifiuti, svolgendo quindi anche una preziosa opera di riciclaggio, alleggerendo il peso dell'immondizia che in Brasile ancora rimane, perlopiù affidata alla discarica generica e indifferenziata. I lavoratori, in breve, se la sono sempre cavata, e sono riusciti, tra alti e bassi, non solo a portare avanti la produzione, ma anche ad aumentare l'occupazione sia pure di poco (di circa l'8%). Ma soprattutto hanno fatto una politica del territorio, usando l'ampio terreno appartenente alla ditta circostante gli stabilimenti per costruire una residenza per i lavoratori, una specie di favela, è vero, ma un po' alla volta, anche con la collaborazione del Municipio di Sumarè, si stanno sistemando le strade, portando le fognature, l'acqua potabile, l'elettricità, la raccolta rifiuti. Non solo: gli occupanti organizzano, dal 2009 , un festival, che è diventato un appuntamento significativo di carattere politico-culturale-ricreativo, nella zona, ma richiamando un pubblico variegato anche da fuori i confini regionali e persino lontano dal pure immenso Stato di São Paulo. Musica, naturalmente, teatro, dibattiti, presentazioni di libri. Uno spazio di resistenza culturale, lo definiscono; interamente autogestito dai lavoratori con la collaborazione di volontari esterni, studenti universitari in prevalenza, ma non soltanto. Lo stesso lavoro per l'allestimento del Festival diventa occasione sia per far crescere il collettivo di fabbrica, sia per tessere legami territoriali più ampi di quelli prevedibili con i lavoratori del settore chimico; si costruiscono reti solidali con soggetti diversi, in un clima che sembra oscillare, incessantemente, tra mobilitazione e divertimento. Clima che peraltro caratterizza la stessa vita della Flaskô anche al di fuori degli eventi culturali. La resistenza culturale Batata, il giovane responsabile della comunicazione della Flaskô, aria da intellettuale più che da operaio, studente universitario, oltre che lavoratore (si autodefinisce anarco-situazionista), riceve i gruppi di visitatori, spiega la storia della fabbrica, ne esalta il carattere rivoluzionario, ma insiste sull'importanza del riconoscimento dell'interesse pubblico della fabbrica, e dunque dell'esigenza che lo Stato si faccia carico di una impresa che comunque era in attivo, e che produceva e produce merce di ottima qualità. C'è ancora un buon tasso di entusiasmo, nelle parole di Batata, mentre fa da guida orgoglioso nella visita agli stabilimenti, tra i capannoni, le sale riunioni, gli spazi culturali e ricreativi, con le icone immarcescibili di Marx (ma anche Lenin, Rosa Luxemburg e altri "padri" e "madri" del movimento) alle pareti. Apre gli armadi, mostra la produzione di libri, opuscoli, giornali. Insomma, tra i "resistenti" nelle mura dello stabilimento, la volontà di andare avanti è sufficientemente determinata, anche se talora il visitatore, ma forse non soltanto, è colto dal dubbio: è una cosa "seria"? O semplicemente li lasciano fare perché, tutto sommato, non danno fastidio? di Angelo d'Orsi



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