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Il vertice Ue dimostra che si può cambiare politica
Di Manifesto · creato il 03/07/2012 16:15 · vista 123 volte · POLITICA · ITALIA


La svolta c'è stata, anche se le opinioni sono divise su quanto sia profonda, e se sarà seguita da altri passi. Chi ha guadagnato nell'immediato è stato il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, che ha portato a casa fondi per ricapitalizzare le banche spagnole; fondi che però non aumenteranno il debito sovrano della Spagna. Ma la novità potezialmente più importante l'ha portata a casa Monti.  La Bce potrà agire come «agente» dei due fondi salva-stati - il Fondo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria, Fesf (o Efsf, in inglese), e il Meccanismo Europeo di Stabilizzazione, Mes (o Esm) - per stabilizzare i corsi dei debiti sovrani, cioè per comprare titoli di paesi i cui spread siano eccessivi. Il comunicato finale dell'incontro di Bruxelles è abbastanza vago, ma le prime interpretazioni parlavano anche di acquisti sul mercato «primario», cioè quando gli stati emettono titoli e li vendono alle aste; un'azione finora proibita. La Bce aveva agito fino ad oggi solo sul mercato secondario, comprando titoli già emessi.  Un'altra interpretazione controversa è se la Bce, in quanto agente, deve considerare i mezzi a disposizione dei fondi salva-stati come il massimo che può spendere, o solo come garanzia per le eventuali perdite; quale è difatti la finalità dei fondi del MES. Nel secondo caso potrebbe scattare una leva finanziaria; cioè sarebbero permessi acquisti per quantità decisamente maggiori dei mezzi attuali dei fondi.  Ulteriormente controversa è la questione della «condizionalità». Sarà un fatto solo formale, nel senso che ai paesi «virtuosi», come l'Italia, basterà la certificazione della buona condotta? O ci dovrà essere un nuovo assenso, soprattutto della Germania? Il testo del comunicato finale è ambiguo, ma c'è la parola «memorandum», che ricorda quello greco, gestito duramente da Fmi, Bce e Ue. Per il momento ognuno potrà dire di aver portato a casa gli obbiettivi. In realtà la Merkel ha lasciato sul campo un'apertura sul ruolo della Bce come «prestatore di ultima istanza», che potrebbe essere ulteriormente ampliata. La battaglia sulla definizione dettagliata delle vaghe formulazioni del comunicato finale sarà aspra. Inoltre, le cosiddette «misure per la crescita» sono risibili. Infatti, è esclusa l'unica fonte consistente di finanziamento della crescita - gli eurobonds - su cui la Merkel non può assolutamente cedere di un millimetro, dopo aver fatto concessioni sulla crisi finanziaria; sicuramente almeno fino alle elezioni, e probabilmente anche dopo, se le vincerà. L'accordo raggiunto può potenzialmente scollegare le politiche fiscali dalle crisi finanziarie, e quantomeno allontanare la crisi dell'euro.  Le cose vanno dunque benissimo? Tutt'altro. La strategia sociale enunciata da Draghi, al Wall Street Journal, e condivisa da Monti, resta la stessa: riduzione dello spesa sociale e del potere contrattuale dei lavoratori. Cioè peggioramento delle condizioni di vita per ampi strati di popolazione.  Sciogliendo, anche se temporaneamente, il legame tra compressione sociale e crisi dei debiti sovrani, viene meno un fattore che metteva in pericolo quella strategia. Allentato il vincolo e scongiurata la crisi finanziaria immediata, resterebbe solo da gestire la crisi recessiva. Se la destra europea pensa di poter meglio continuare la politica di compressione sociale avendo scollegato crisi fiscale e crisi finanziaria, la sconnessione vale anche per la sinistra. Almeno non si potrà più dire che qualsiasi proposta di riduzione dell'austerità porta al baratro finanziario.  Resta il freno della buona condotta per usufruire del sostegno previsto. La Germania premerà per condizioni stringenti, ma siccome sarà l'«agente» ad avere il potere di agire, ci si può aspettare che Draghi si muoverà come meglio riterrà opportuno. Monti ha premuto per la sconnessione tra crisi finanziaria e crisi recessiva, probabilmente con il retropensiero che una recessione dell'uno-due percento sia gestibile. In realtà le cose non stanno così. La recessione sarà almeno del 3%; l'aumento dell'Iva forse sarà evitato, ma non la spending review, cioè un taglio di altri dieci-venti miliardi. Che si aggiungono ai cinquanta di quest'anno, settantacinque e ottanta dei prossimi due anni. Tenendo conto della diminuzione del gettito, il pareggio di bilancio difficilmente sarà raggiunto nel 2014, come previsto. Resta inoltre tutta l'iniquità della manovra, che la riduzione del reddito non può che aumentare, perché ricadrà tutta sui redditi medio-bassi.  C'è lavoro per la sinistra. Per l'Italia, si potrà richiedere quantomeno un allungamento del periodo di rientro del deficit (ovviamente la rimessa in discussione del pareggio di bilancio costituzionale è un problema europeo), e un drastico ridisegno del carico sui vari gruppi sociali.  In altri termini, «grazie» a Monti, e «grazie» pure a Hollande, la sua politica potrà essere rimessa in discussione. di GABRIELE PASTRELLO



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