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«Yo soy 132», l'irruzione di un movimento contro il potere di un caudillo populista
Di Manifesto · creato il 30/06/2012 21:45 · vista 727 volte · POLITICA · ITALIA


Una scadenza elettorale in cui è in gioco la democrazia del paese Come un fatto del tutto inaspettato, l'irruzione di un nuovo movimento giovanile ha trasformato il panorama delle elezioni messicane di domenica. Solo pochi mesi fa, il candidato del Partido Revolucionario Institucional (Pri), Enrique Peña Nieto, sembrava destinato a ottenere una comoda vittoria di due cifre, che gli avrebbe permesso di riportare il paese alle antiche pratiche politiche e ai vizi autoritari del passato. Poche settimane di proteste studentesche contro il duopolio che controlla la televisione nazionale, accusato di voler imporre l'immagine di Peña Nieto agli elettori, insieme a una serie di scandali di corruzione, sono bastati a far avanzare significativamente nei sondaggi il candidato delle sinistre Andrés Manuel López Obrador. Il movimento «YoSoy132» ha molto in comune con le mobilitazioni che hanno agitato il mondo nell'ultimo anno e mezzo, anche se con aspetti suoi peculiari. Come in Egitto, Spagna e Stati uniti, l'uso di massa di Twitter, Facebook e le reti social ha facilitato l'organizzazione di proteste e manifestazioni. A differenza della primavera araba però, i giovani messicani non protestavano contro gli attuali governanti, ma contro un candidato dell'opposizione. A differenza del movimento Occupy e dei movimenti studenteschi messicani del passato, i manifestanti hanno procurato di non ostacolare il traffico o di occupare spazi pubblici. Il comun denominatore di «YoSoy132» è la frustrazione provocata dall'arresto della già lenta transizione democratica messicana. Il paese oggi è più violento, più corrotto e più inequitativo di come era nel 2001, quando il Pri cedette il potere per la prima volta in 70 anni. I dodici anni seguenti di governo di destra del Partido de Acción Nacional (Pan), hanno dato solo una mano di vernice sui classici metodi autoritari del regime precedente. Il drammatico fallimento della guerra alla droga, che ha prodotto più di 60mila morti negli ultimi cinque anni, è l'esempio più chiaro della debolezza istituzionale dello stato. In un contesto simile, inviare 45mila soldati sulle strade e autostrade del paese è servito solo a provocare i delinquenti e ad aggravare la situazione. La decisione di Calderón di privilegiare la forza bruta rispetto alla forza della legge ha scatenato una pericolosa corsa armamentista fra il governo e i gruppi della delinquenza organizzata, così come una disputa territoriale tra le mafie dei trafficanti che ha distrutto la struttura sociale in molte parti del Messico. L'immagine di Peña Nieto è crollata rapidamente quando si è visto coinvolto in una serie di scandali di corruzione che lo hanno mostrato come uno dei tanti politici corrotti della vecchia guardia. La Dea e il governo messicano stanno indagando sulla possibile complicità del cartello degli Zetas con tre ex-governatori dello stato di Tamaulipas vicini a Peña Nieto.  Le recenti rivelazioni sui pagamenti fatti da Peña Nieto alle principali catene televisive messicane per la realizzazione della sua campagna, grazie ai documenti pubblicati da The Guardian, hanno mostrato che la sua immagine di politico onesto è più un'invenzione dei media che una realtà. La grande maggioranza dei messicani si informa attraverso la televisione, che è controllata da due catene, Televisa e TvAzteca. Una delle principali richieste del movimento «YoSoy132» è proprio che queste catene smettano il loro sfacciato favoritismo per la candidatura di Peña Nieto. La candidata del Pan, Josefina Vázquez Mota, ha giocato per parte sua la carta del genere, mettendo l'accento sul fatto che è «differente» dagli altri candidati. Malgrado l'interesse che ha risvegliato per essere la prima donna di un grande partito che compete per la presidenza, i sondaggi indicano che Vázquez Mota è condannata a pagare gli errori di dodici anni di governi del Pan. López Obrador, che sei anni fa ha perso l'elezione contro Calderón per poco più di mezzo punto (0.56 per cento), ha fatto questa volta una campagna molto diversa da quella che fece allora. Nel 2006, la sua posizione anti-establishment e il suo rifiuto iniziale di accettare i risultati spaventarono molti. Oggi López Obrador dice che, in Messico, essere di sinistra vuol dire essere onesto ed etico. López Obrador ha avuto anche l'audacia di nominare il suo futuro governo prima delle elezioni. Vari dei designati sono stati legati al Pri o al Pan, ma si sono allontanati delusi da questi partiti. Annunciando pubblicamente il loro appoggio a López Obrador, hanno manifestato la speranza che questi possa diventare l'equivalente messicano di Luis Inacio «Lula» da Silva, l'izquierdista che ha saputo sviluppare l'economía brasiliana. Quello che è in gioco in questa elezione è la sopravvivenza della democrazia messicana. Nel passato, il presidente uscente designava il proprio successore; oggi, i gruppi di potere fanno lo stesso, ma attraverso il controllo della transizione fra un presidente e l'altro. Peña Nieto è il candidato che assicura la continuità per le classi dominanti. Perfino l'ex-presidente Fox e un ex-leader del Pan hanno annunciato pubblicamente che appoggiano la sua candidatura. Indipendentemente dai punti di vista e dalle preferenze politiche di ciascuno, e malgrado la vaghezza retorica di López Obrador, la sua vittoria potrebbe portare un cambiamento più che necessario alla politica messicana e rinnovare le speranze nel futuro della democrazia. Una vittoria di Peña Nieto, al contrario, dovrebbe essere causa di allarme. La questione centrale che si chiarirà domani è se le stesse élites che hanno diretto il paese dagli anni '40 continueranno a farlo o se una vera opposizione avrà finalmente l'opportunità di governare. di JOHN M. ACKERMAN



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