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le tre sinistre
Di Roberto Pietrobon · creato il 19/10/2011 13:20 · ultima modifica 19/10/2011 13:21 · vista 1160 volte · POLITICA · ITALIA


da www.alasinistra.org Sabato scorso abbiamo visto in piazza, a Roma, l’ennesima rappresentazione delle tre sinistre. Quella di cui anch’io faccio parte, quella istituzionale; dopo tre anni di risacca (e dopo la rovinosa esperienza di governo) e le affermazioni della primavera scorsa, cercava di riprendersi nello spazio pubblico di movimento una sua legittimità. Questa sinistra oltre che essere come al solito divisa, deve la sua ripresa di consenso a figure carismatiche e alla irriducibilità dei nodi di fondo che vive dalla nascita il Partito Democratico. Per il resto, la sinistra istituzionale che vede in SEL il suo asse portante (almeno nella percezione collettiva), è ancora ferma all’elaborazione del lutto del 2008 e a come ritornare ad essere compiutamente “istituzionale”. Gli altri partiti (PRC, PdCI, Verdi e altri) ne sono - nel balletto ridicolo di distinguo e di emulazione - satelliti nella proposta politica. Questa sinistra, sabato a Roma, se ne stava in fondo al corteo come “cuscinetto” all’altra sinistra che avrebbe dovuto, dopo la fine degli straordinari anni del movimento dei movimenti, riprendersi la scena. Questa sinistra di movimento era la vera organizzatrice della manifestazione romana e sua era la regia delle azioni e delle mobilitazioni delle settimane passate. Una sinistra di movimento che agisce nelle piazze, nelle strade, in alcuni luoghi di conflitto sociale (scuole, università, case occupate, vertenze ambientali e sociali) e che dopo una lunga traversata nel deserto avrebbe dovuto sancire la sua ripresa di spazi e visibilità. Questa sinistra ha due caratteristiche principali, nell’elaborazione teorica e nella pratica politica: non rifiuta lo sbocco istituzionale (anzi spesso lo ricerca) e ha pratiche massimamente non violente. Lo scenario di sabato avrebbe dovuto costruire una nuova saldatura tra la prima sinistra e la seconda sinistra, anche in prospettiva. La sinistra di movimento è il sindacalismo di base e la Fiom, sono i centri sociali più conosciuti d’Italia, sono le reti universitarie e studentesche, sono il “vecchio giro” dei Disobbedienti e altro ancora. La sinistra di movimento aveva dettato l’agenda, le parole d’ordine e gli obiettivi del corteo. Nel linguaggio evocativo del nascente movimento c’era la convinzione che esso avrebbe dovuto avere solo “l’intenzione”, il meta-linguaggio della piazza conflittuale. “Nessuno ci rappresenta” era un modo per dire che l’attuale parlamento, la classe politica di questo paese era delegittimata e da rottamare ma in quel messaggio non è stata colta la sua traducibilità anche nel movimento stesso. E qui ha irrotto la terza sinistra, che chiamo impropriamente “insurrezionale”, senza per questo voler scomodare fantasmi del passato. Questa terza sinistra esiste da tempo e, negli ultimi anni, ha vissuto di riflesso la stessa crisi delle altre due. Senza la copertura richiesta o arrivata della prima, senza l’organizzazione della seconda, anche alla terza sono mancati i luoghi dove praticare l’insurgentia. Vi sono stati alcuni casi, in piccole lotte locali, ma le vere “prove generali” si sono viste in questi mesi nella Valle di Susa. In Valle però la “terza sinistra” è stata controllata dai valsusini stessi che sapientemente aprivano e chiudevano i rubinetti della protesta a seconda della praticabilità e dell’efficacia dello scopo. A Roma invece da parte di quest’area c’è stato il libera tutti, e la messa in pratica concreta, fattiva, del “nessuno ci rappresenta” con chiaro indirizzo alla sinistra di movimento e di riflesso a quella politica (o viceversa). Tutte queste sinistre sono però accomunate sia da un indissolubile destino sia da un male antico quanto difficilmente estirpabile. La sinistra istituzionale deve rientrare compiutamente nel “giro” politico/mediatico/parlamentare altrimenti non esiste. Per fare questo si affida ai leader, alle loro dichiarazioni, all’ammiccamento di tutto quello che fermenta e alla sua traducibilità in azioni di “governo”. Questa sinistra è vecchiacome lo era tre anni fa quando venne spazzata via dalle urne e nonostante abbia deciso di alleggerirsi dalle maglie strette del partito novecentesco ne riproduce molte delle dinamiche, nella filiera piramidale dell’organizzazione, nei “cerchi magici”, nelle divisioni tribali, nelle regole pattizie tra ceti politici che si auto rappresentano e si autoalimentano. Quella di movimento non è affatto dissimile, ha una nobiltà di facciata perché, al posto dei palazzi predilige le strade, ma vive tutte le contraddizioni dei ceti politici: nella logica dei capi e dei capetti, nella struttura piramidale tra vecchie e nuove generazioni di militanti, nella rincorsa al gesto simbolico/mediatico. La terza sinistra vede tutte queste cose e le schifa anzi ha deciso di dichiaragli apertamente “guerra” e sabato ne è stato la dimostrazione fattiva. Ma anche in questo caso le dinamiche sono identiche alla sinistra di movimento, le logiche dei capi, le filiere di comando, la retorica delle parole forti e la rappresentazione mediatica, la ricerca del gesto estetico come triste simulacro rivoluzionario. La prima sinistra combatte lo strapotere delle banche con la proposta politica, la seconda le “sanziona” con le uova e la terza le incendia. La dinamica è la stessa perché la banca rimane lì e ripulite dalle macerie (simboliche o reali) continua nel suo operato. La domanda è quindi se dobbiamo rassegnarci a questo ridicolo balletto tra le tre sinistre dove di volta in volta si afferma una piuttosto che l’altra o se invece è possibile o far prevalere una a dispetto delle altre o direttamente pensare che sia possibile costruire una nuova, quarta sinistra. Qui sta il vecchio nodo (mai risolto) tra autonomia della politica e autonomia del sociale. Ma più compiutamente la questione del potere, la sua declinazione novecentesca e la sua degenerazione italiana. Per chiarirci però ancora meglio sarebbe necessario che uscissimo finalmente dai non detti di questi 10 lunghi anni che ci separano da Genova 2001. Le carenze strutturali della sinistra politica hanno cercato di trovare nei movimenti - oltre che la legittimazione ideologica delle loro proposte - anche lo strumento di pressione esterno per le proprie ataviche difficoltà di radicamento sociale. Con alcune storture che hanno privilegiato la rappresentazione simbolica (il candidato di “movimento”) rispetto alla pratica sociale. E abbiamo avuto gioco facile rispetto a un ceto politico di movimento che non aveva ambizioni affatto diverse. Dirlo oggi, dirlo bene, senza infingimenti, raccontare che questo è stato non è dietrologia, è provare a fare i conti con i propri errori anche, se non soprattutto, per non ripeterli. Da almeno tre anni in questo paese c’è stata una ripresa di parola, ampia, vasta, segmentata, multiforme di migliaia se non milioni di persone e, tutte e tre le sinistre, hanno provato in vario modo a “starci dentro”. Lo hanno fatto perché la loro proposta politica cammina solo se ha i numeri, quei numeri che a seconda delle declinazioni ideologiche chiamiamo popolo, moltitudine, classe. Queste tre sinistre per avere potere, per generare potenza (di voti, di massa, di conflittualità) esiste solo se ha dietro di sé qualcuno che li segua. Altrimenti c’è la risacca, ci sono i più o meno nobili tentativi di non rifugiarsi nel privato. Ma c’è però questo dannatissimo nodo del potere, l’istinto di autoconservazione del proprio ruolo, della propria tendenza ideologica, della propria opzione politica. La piazza di sabato scorso - per chi ha un po’ di dimestichezza con queste tre sinistre – era chiaro che sarebbe stato un luogo nel quale ci saremmo ri-trovati. E sarebbe sciocco dire che a nessuno - nella sinistra istituzionale o in quella di movimento – fosse balenata la possibilità che ci sarebbero stati episodi “incontrollabili”. Non si è prestata attenzione a questa possibilità perché si era convinti che le persone erano “acquistati alla nostra causa”. E invece, come è sempre successo - in questo paese ma non solo -, l’opzione più radicale trova sempre consensi e numeri e soprattutto il rifiuto della delega era proprio il motivo per cui si era in quelle strade! E Piazza San Giovanni è lì a dimostrarlo. Per questo o si esce definitivamente dalle ambiguità sulle pratiche, sulle modalità, sulla soggettività, sul dispiegamento della “potenza” che un corteo di 300.000 donne e uomini rappresenta, oppure questi film li rivedremo ciclicamente. Il corteo a Roma è stato un errore per due motivi principali: il 15 ottobre è stata una data “imposta” e, non si è capito in verità quale fosse lo scopo di una manifestazione nazionale. Non penso - come ha scritto qualcuno in questi giorni - che il movimento non fosse abbastanza maturo per un appuntamento nazionale. Il punto è che sono le cosiddette strutture di movimento a essere ancora profondamente marce. E a trascinarsi come zombie tutti i nodi mai risolti e a tutti i molti “frammenti” che sono nati in questi anni. Se, di fronte allo stato nel quale versa questo paese, e l’Occidente in generale, non è possibile neppure immaginare lontanamente quello che si è verificato nella primavera araba è perché abbiamo mischiato la “potenza” delle piazze con la ricerca del potere delle nostre posizioni. Io non ho ricette, sento però l’urgenza - non più rinviabile - di dire la verità e dirla fino in fondo. Per fare questo è necessario che tutti e tutte noi, quelli che vorrebbero che non sparisse dal vocabolario e dal lessico politico la parola trasformazione, provassero a “disarmarsi” e smettessero di pensare che ci sono ricette utili (possibilmente le proprie) per ogni situazione. La mortificazione della partecipazione che si era dispiegata in questi mesi è solo colpa nostra. Riconoscerlo potrebbe essere l’inizio per provare a costruire quella quarta sinistra che non siamo mai riusciti nemmeno a sognare. Perché questo oltre che essere un sogno è anche un bisogno. Almeno credo.

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